Salvatore del '65 è Salvatore nel '55 - Magazine

Teatro Magazine Teatro del Ponente Mercoledì 15 febbraio 2006

Salvatore del '65 è Salvatore nel '55

Nelle immagini l'attore Salvatore Arena in alcuni momenti dello spettacolo

Magazine - Il progetto A Sud della Memoria, della compagnia teatrale Mana Chuma (in grecanico "madre terra") di Reggio Calabria, è una trilogia di spettacoli sul meridione e la sua storia: Il mondo offeso, 2002, da “Conversazioni in Sicilia”, di Elio Vittorini, il primo; il lavoro originale Di terra e di Sangue, il secondo e uno ancora in fase preparatoria sui fatti di Reggio Calabria degli anni ’70. Alla base di questo progetto, l’intento è di recuperare le radici territoriali, passando per grandi storie di rivolta e contestazione, superando quella tensione e quel silenzio che con prepotenza, spesso assassina, hanno avuto la meglio sul cambiamento. «È come se ci fosse tutta una storiografia negata», chiarisce Massimo Barilla, curatore del secondo testo della trilogia, Di Terra e di Sangue, insieme a Salvatore Arena e Maria Maglietta, in scena a Genova, venerdì 17 febbraio al Teatro Cargo di Voltri.

In Di Terra e di Sangue, Salvatore Arena (Salvo) è Salvatore Carnevale: esponente del movimento contadino, alla testa delle grandi lotte per l’applicazione della riforma agraria sancita con il decreto Gullo del 1944. Il 16 maggio del 1955, mentre a Sciara (Palermo), percorre la strada di casa, Salvatore diventa la trentottesima e ultima vittima della mafia -e di una forte volontà condivisa anche dalle istituzioni- di intervenire a difesa del latifondo e reprimere con l’intimidazione e la morte la voglia di riscatto e l’azione tesa alla redistribuzione delle terre incolte. Di questa figura e della sua storia si era già occupato Carlo Levi nel libro Le parole sono pietre (racconto del suo incontro con la madre di Salvatore) e i fratelli Taviani nel loro primo film Un uomo da bruciare, del 1962.

«Abbiamo fatto un grande lavoro di ricerca nel paese dove abitava Salvatore», racconta Arena, «abbiamo intervistato, ma forse il termine giusto è dialogato con il popolo di Sciara, per conoscere la storia di un uomo ma anche quella di un preciso momento storico». Un lavoro di scrittura a sei mani, dove Maglietta ha spinto verso un lavoro di sottrazione, dentro ad una struttura a quadri, «legati tra loro da definizioni sonore di Mirto Baliani -spiega Salvo e continua: Echi, più che melodie, rimandi, rumori che rappresentano l'anello di congiunzione tra i personaggi e tutto un mondo. Musiche che non hanno lavorato a commento, ma hanno creato i vari nodi tra le cartoline della storia».

Il pericolo di cadere nell’agiografia, Massimo e Salvatore l'hanno avvertito fin dall’inizio, perciò hanno costruito il monologo su pochissimi elementi scenici (una panca, un basco e un rametto) e mettendo in scena 5 voci diverse, inclusa quella di Salvatore. La vicenda di quest’uomo coraggioso, ma anche molto spaventato, è rimasta un punto cruciale, anche se nodo mai sciolto, delle lotte contadine, perché la sua morte fu seguita dalla denuncia da parte della madre Francesca Serio, -prima voce contro la mafia che porterà ad un processo- che, come scrive Vittorini, fu natura come tronco di ulivo saraceno, capace di ripetere la storia nel tempo con una narrazione molto precisa, lunga e articolata, ma sempre uguale a se stessa.

Con una lingua mista, dove «del dialetto si mantiene la costruzione del periodo, mentre il lessico viene addolcito per la comprensione», come spiega Massimo, uno studente figlio di contadini, il matto del paese, la fidanzata di Salvatore e la madre, si alternano dentro il corpo dell’unico attore in scena, Salvo, proponendo lingue diverse «dentro un ritmo che fa percepire la sonorità di una lingua e di una terra», afferma Massimo. «Ci interessava recuperare una memoria -riprende Salvo- fare uscire la forza di un popolo». Perché il matto? «È la voce della coscienza di un paese –continua Massimo- che in una situazione così chiusa e sotto controllo, resta l’unica libera». La figura della fidanzata invece è una costruzione drammaturgica, avvertita come esigenza da Salvo perché «volevo che la storia della terra uscisse dal punto di vista di una donna, e poi perché sentivo che un uomo come Salvatore doveva avere riversato parte della sua energia anche nella passione».

Il prossimo lavoro -ancora in una fase difficile di reperimento dei materiali- si occuperà della storia di 5 ragazzi anarchici, morti in autostrada, e legati ai fatti di Reggio Calabria degli anni ’70: «la più importante rivolta urbana europea, dai moti del 1848, durata due anni, con carri armati e tutto il resto», conclude Massimo. La missione della compagnia è «mettere in scena una finzione che affondi le sue radici nella realtà, per una ricerca che, come la intendiamo noi -dice Massimo- vada verso la verità. I temi che affrontiamo finiscono per avere una valenza universale –spiega ancora Massimo. Vogliamo ragionare sul presente attraverso una riflessione sulla storia, spesso sconosciuta anche a chi al sud, in Calabria, ci vive».

Lo spettacolo sarà preceduto, alle ore 20.30 da un incontro organizzato in collaborazione con la CGIL (di cui ricorre il centenario quest'anno). Interverrà Dino Paternostro giornalista e segretario della Camera del lavoro di Corleone, oggetto di attentati intimidatori nel gennaio scorso. Paternostro è da sempre impegnato con la CGIL nella lotta contro la mafia.

venerdì 17 febbario 2006, ore 21
Di terra e di sangue
di Salvatore Arena, Massimo Barilla, Maria Maglietta
attore narrante Salvatore Arena
regia Maria Maglietta
musiche originali Mirto Baliani

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