Magazine Martedì 14 febbraio 2006

Un libro fatto d'incontri

In alto la copertina del libro "Certificato di esistenza in vita", su cui è riprodotta l'opera di Ben Shahn Liberation, 1945
«Esistenza in vita: deve esibire anche il certificato di esistenza in vita, come gli altri, altrimenti non posso pagarle la pensione! Se non ce l'ha vada a farselo fare...»

Non comincia così, il «romanzo a spicchi» di Geraldina Colotti, dal titolo Certificato di esistenza in vita, (Bompiani, 2005). Ma il surreale di questa frase-titolo è sintesi delle nostre quotidiane scampagnate negli uffici pubblici, dei nostri confronti non sempre voluti ma obbligati con la burocrazia e le regole della società. Gli inizi in questo romanzo sono tanti, così come i generi toccati dall’autrice. Geraldina è ligure, di Ventimiglia, «redattrice del quotidiano "il manifesto", in libertà condizionata, a conclusione di una condanna a 27 anni di carcere per la sua militanza nelle Brigate Rosse», come si legge nella quarta di copertina.

Geraldina è giornalista e scrittrice (ricordiamo i racconti Per caso ho ucciso la noia, Voland 1997; le poesie Sparge rosas, Manni, 2000; il romanzo per ragazzi Il segreto, Mondadori 2003), ma soprattutto è una donna solare e sorridente, profondamente cosciente del suo essere in vita. È donna che ha scelto la politica nella primissima infanzia e non l'ha mai più lasciata. Nata nel ’56 e amante della musica, resta segnata nel ’66 dalla morte di Tenco. Quando ancora frequenta il tempo pieno dalle suore di Santa Marta, Geraldina capisce che l'ingiustizia va combattuta, «non si può stare tranquilli, se sai che molti altri intorno stanno male». Dalle suore, Geraldina ha anche imparato a vedere e subire le dinamiche dei luoghi chiusi, consessi di donne, universi concentrazionisti. Nel corso degli anni, grazie ad una certa precocità, metterà in discussione «l'istituito a 360°, attaccando i paradigmi ipocriti per una critica sociale a tutto campo». Giovedì 16 febbraio, Geraldina torna il Liguria, al BerioCafé, ore 17.30, (Genova) per presentare questo suo ultimo libro: «diviso in due parti, con storie che evidenziano un dentro e un fuori».

Parlare con lei non è affatto semplice, non ci sono domande e risposte ma lunghi pensieri, articolazioni che dal particolare/soggettivo si proiettano sempre dentro il collettivo e aprono ad ampio raggio la prospettiva, ricollocando ogni cosa nel giusto tempo storico. È una conversazione intensa, dove la politica e, più in generale, il pensiero critico sul reale che ci circonda e sul passato è in azione senza posa, non concede interruzioni.

Il suo libro è godibilissimo, fatto di frasi brevi, costruito su un linguaggio asciutto ma ricco, tra registo alto e basso, modi di dire da ragazzi, da galera, da strada. Spesso si procede lungo incisioni didascaliche che contengono il prima e già il dopo. Non c’è retorica, non c’è rancore. Quello di Geraldina è un narrare al contempo lucido e poetico, che dalla vita prende respiro e non lo nega. Ci sono delle storie. Tante. Vissuti diversi che si incontrano. Molto di autobiografico. Tante donne: madri infanticide, mogli assassine, bambine cresciute troppo in fretta e suicide a 11 anni. C’è la reclusione, il tribunale, i commissariati, le formalità istituzionali, leggi, articoli, provvedimenti, le celle, le sezioni, gli agenti e i corpi di polizia. Una varia umanità alle prese con una vita mai rosea, ma neppure nera, solo forse stupefacente, per i repentini cambi di direzione, per gli imprevisti e gli incidenti che segnano tutta una vita. Tra i molti personaggi, si rincorrono gatti e gattini trovati e poi lasciati come amici persi e mai ritrovati; ci sono parenti indiganti, ignari o ambiziosi, delusi o inebetiti di fronte alle prodezze disvelate di figli rivoluzionari. C’è molto puzzo: d’asfalto, di gas, di immondizie, di gabinetti, di detersivi e muffe, ma anche di liquore. C’è il tempo fluido della vita-nella-testa e non quello cronologico, che passa per una voce narrante, alter ego dell’autrice. Gli eventi si susseguono non nel loro ordine, ma perché avvertiti in un dato momento e sommati alle impressioni, agli istinti, agli incontri casuali ma importanti dell’istante limitrofo. La copertina l'ha scelta lei: «Ci tenevo molto. È un'opera di Ben Shahn Liberation, 1945, dove sulle macerie spiccano colori straordinari e una strana giostra su cui tentano di giocare bambini invecchiati. Ecco bisogna ricostruire, ma non partendo da zero, dalle sconfitte bisognerebbe ripartire».

Geraldina scrive letteratura nel suo «andirivieni» dal carcere, o nelle pause «da un lavoro immondo», tra la spazzatura. «Scritto su pezzi di carta di pane», o altri foglietti raccimolati a casaccio questo lungo racconto è venuto alla luce «nel silenzio del carcere che non è mai vero silenzio: rumori di chiavi, blindature, echi e grida». È stato un modo per portare fuori certi visi, certe immagini. Si tratta di personaggi, anche se le storie sono vere, di donne che ho incontrato veramente». E sono proprio le donne, protagoniste riccorrenti di questo testo, a portare i suoi scritti alla pubblicazione. «Ho sempre scritto solo per me e ho buttato via moltissimo. Fosse stato per me non avrei pubblicato niente. È tutto frutto di incontri: donne del carcere, compagne del colletivo, editrici, ma potrei fare una lunga lista di incontri autentici, di relazioni differenziate nate su argomenti comuni, senza interessi specifici e immediati. Michela Bianchi, Rossana Rossanda, Elisabetta Sgarbi, Cristina Poma, Francesca Lazzarato».

L'aspetto roseo della modernità, la tecnologia, l’innovazione, la fanno sorridere sembra voler gridare: “ma come non vedi oltre?”, ma non c’è aggressività in Geraldina, anzi una grande volontà di non alzare il tono, ma di ragionare. Spiegare il suo punto di vista, senza salire in cattedra, non dare giudizi, ma guardare alle cose senza dimenticare la storia, nel suo caso quella che parte dalla fine degli anni '60: lotte operarie, stragi di stato, lotta armata. Partendo da un punto di vista palesemente espresso «non sono né pentita né dissociata», di chi ha creduto in una rivoluzione possibile, Geraldina oggi vorrebbe porre rimedio alla rimozione storica su quegli anni, che ha spesso generato fraintendimenti, distorsione dei fatti e una scarsa comprensione da parte delle nuove generazioni. «Di 6000 prigionieri politici, ci sono ancora circa 350 detenuti in Italia e molti di loro stanno facendo, in media, più anni di galera di Mandela», non c’è quasi nessuno che si lamenta e tanto meno lo fa Geraldina, ma quando si tratta di diritti civili negati -per sempre anche a fine della pena- cerca di sottolineare quanto controllo domini tutt'ora la nostra società. Le restano alcuni principi e qualche idealità. «Quel periodo (gli anni 70) e quell’organismo (le Brigate Rosse) non esitono più. Ci sono soggetti, a vario titolo, non arresi, collettivi di riferimento, ma quella forma di lotta non esiste più. Ogni tentativo, di portare avanti simulacri di quello che fu, finisce per essere una caricatura. E poi le BR non furono che la punta di una realtà radicale, con molti protagonisti e molto complessa. Un mondo che è scomparso».

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