La folle Julie di Strindberg - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Tosse Martedì 7 febbraio 2006

La folle Julie di Strindberg

Nella foto in alto Enrico Campanati e Valentina Picello



Forte forte forte.
.
E ancora forte forte. .
Uno spettacolo-baccanale che sa di tragedia prima ancora di diventarla.
È Fröken Julie di August Strindberg messo in scena al Teatro della Tosse (dal 6 al 20 febbraio), in un’avvincente regia di Sergio Maifredi che con il palco al centro, theatre-in-the-round, e gli spettatori tutt’attorno, (una formula praticata già nell’antica Grecia, ma rivista e teorizzata nella prima metà del ‘900, in particolare dalla regista americana Margo Jones (1913–1955), nel libro Theater-in-the-Round, 1951), genera un coinvolgimento più profondo, moltiplica i fondali che si stagliano su una forma esagonale e inserisce chi guarda tra gli interpreti.

La signorina Julie (Valentina Picello) del maestro del teatro nordico, è una giovane contessa che non ama l’etichetta e preferisce ai nobili la compagnia dei servi. Con loro trascende ogni costume per festeggiare Midsommer, la notte di mezza estate – in Svezia, il 24 giugno. «Stasera la signorina Julie è infoiata, di nuovo; infoiata proprio!». Di questo gesto trasgressivo, ci riporta l’altro protagonista di questa vicenda, il servitore Jean (Enrico Campanati). È il fuori scena della cucina (rispetto al primo piano sonoro che spetta alla festa), della tenuta del conte-padre, il luogo dell’intima azione che si consumerà ai danni di Fröken Julie. Ristoro dall’eccitazione, ma anche terreno su cui si consuma la confusa lotta di classe in cui è inserita anche la cuoca Kristin (Mariella Speranza). Accesa, ma scarsamente gestita da Julie, l'azione che sovverte i ruoli sociali e chiede al servitore di giocare al gioco della seduzione, trasforma la cucina da locale di servizio e dell'amore tra servi, in spazio sacrificale, luogo per il macello della vergine nobile, spintasi troppo oltre nella provocazione al servo -prima di tutto uomo-maschio: «Attention! Je ne suis qu’un homme!».

Lo spettacolo inizia nel foyer del teatro dove, nel mentre di uno svagato chiacchiericcio e qualche caffè, il pubblico è sorpreso dall’irruzione sonora e spensierata degli spettAttori, tra cui i musicanti Aparecidos (con chitarra elettrica e gran cassa) e molte giovani donne di fini lini bianchi vestite (molto curati e precisi i costumi d'epoca confezionati da Daniéle Sulewic). Incitano al canto e alla danza, trasferendo con brio la remissiva platea fino alla piazza Sant'Agostino, dove sullo sfondo si consuma un falò per celebrare degnamente il rito pagano. Il tempo di disorientarsi e, per qualcuno, di pensare davvero di festeggiare orgiasticamente qualche ricorrenza, poi tutti in Agorà.

Un perlinato bianco è materia viva e fonte di luce per palco, sedute e pareti laterali che costruiscono l’esagono all’interno del quale tutti, attori, spettAttori e pubblico sono contenuti. Un esagono con denti vuoti nel perimentro, attraverso cui si genera un effetto di moltiplicazione dell'efferevescente personalità di Julie, riflessa in altrettante ragazze tra gli spettAttori che si incastonano negli spazi liberi e guardano verso il pubblico e il palco. Il biancore riluce per via di alcuni ragazzi all’opera di pulizia dello stesso e perché su di esso cadrà sparso ma intenso il rosso carmigno di petali di rose, un vino versato in calici, la prova della perduta verginità incisa su uno straccio e il sangue zampillante del povero uccellino decapitato per nulla.

C’è Artaud e il suo teatro della crudeltà in questa messa in scena, ma affiora anche un certo richiamo al teatro greco e al suo coro capace di essere testimone, giudice e in parte esecutore del tragico. La follia di Julie e il suo estremo gesto non sono che l’epilogo di una storia familiare nata sotto cattivi auspici e nel sovvertimento degli equilibri maschile-femminile, delle regole di classe e della famiglia. L’interpretazione di Valentina Picello tesa sulle stringhe di nervi, forse troppo esili, tremante per lo sforzo o per la vena di pazzia che possiede il suo personaggio, trova compimento e giusta misura nella scena in cui Julie si lascia possedere da Jean. Qui il corpo quasi adolescenziale dell’attrice scosso dalla passione equina del maschio, si trasforma in fantoccio, bambola inanimata che getta nell’aria gli arti dinoccolati, al ritmo degli spasmi maschili.

La produzione ha dato origine ad una nuova traduzione a cura di Renato Zatti, che ha recuperato il testo originale fuori da ogni censura, e in cui le battute della cuoca Kristin (resa da Mariella Speranza con decisione e una certa allegrezza) sono state anche trascritte in dialetto ciociaro, scelta che nella messa in scena è molto attenuata e, dopo l'inizio, quasi azzerata.

Fröken Julie
scene e luci Emanuele Conte
costumi Danièle Sulewic
musiche eseguite dal vivo Aparecidos: Santiago Moreno, Facundo Moreno, Mattia Tommasini
Fino al 20 febbraio al Teatro della Tosse

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