Magazine Venerdì 3 febbraio 2006

Racconto di Carnevale

La moglie di Rachid fa la prostituta. La madre anche.
Il padre non lo vede da una settimana e probabilmente è morto: era troppo vecchio per fare qualsiasi cosa avesse un minimo margine di guadagno e costava troppo mantenerlo. Il primo figlio lo hanno ammazzato quelli della polizia durante una retata. Erano convinti che fosse armato. Lo era, ma non era capace di togliere la sicura alla pistola.
Il secondo figlio ha solo dieci anni, ma è un piacere vederlo lavorare in fabbrica per sedici ore al giorno, almeno non è per strada. Della terza figlia, sei anni ancora da compiere, è meglio non parlare.

Ogni giorno che passa, per Rachid è sempre più difficile pensare alla famiglia e non scoppiare a piangere. Per fortuna ha poco tempo per pensare, stretto com'è nella morsa del taccheggio e dello spaccio, controllato a vista dagli scagnozzi di don Michele e con l'obbligo di portare "a casa" almeno mille euro al giorno. La casa di Rachid, e di tanti altri disperati, è una vecchia fabbrica abbandonata, disseminata di rifiuti e escrementi, e dei mille euro non gli resteranno che pochi spiccioli. Forse Allah è malato, penserà qualcuno, mentre Rachid assiste impotente all'infrangersi del suo giuramento.
Quando aveva lasciato la sua terra, aveva promesso di mandare metà dei guadagni ai familiari e agli amici rimasti laggiù. Voleva fare il cameriere, per imparare la lingua e conoscere la gente.
Per integrarsi, come si dice adesso. Era partito solo, ma don Michele lo aveva obbligato a far venire anche la sua famiglia, per avere più forza lavoro. E se non avessero obbedito a dovere, qualcuno l'avrebbe pagata.

Forse la gente non sarebbe così razzista se la vita (e la morte) di Rachid e di altre migliaia di extracomunitari non dipendesse da uomini come don Michele. Il crimine colonizza più dell'Islam e per ogni moschea ci sono almeno due covi della mafia in cui, anziché pregare, si affilano coltelli, si caricano pistole e si preparano sacchetti di pastiglie, pani di fumo, bustine di eroina e cocaina.

Rachid ricorda ancora la prima volta che ha spaccato il finestrino di una macchina per rubare l'autoradio. Non credeva che sarebbe riuscito a fare una cosa del genere e il rumore del vetro infranto gli aveva quasi sfondato i timpani. Aveva afferrato l'autoradio con l'intenzione di scappare a tutta velocità, ma dopo pochi passi gli era venuto da vomitare. Lo sgomento di quel giorno era stato superato soltanto da quello provato quando, attraverso la vetrina di un negozio di elettrodomestici, aveva visto don Michele in televisione. Entrato con una scusa e cacciato poco dopo, Rachid aveva fatto in tempo a sentire don Michele che dichiarava guerra all'immigrazione clandestina, sostenendo che bisognava impedire alla criminalità di approfittare delle masse di disperati che ogni giorno invadono i nostri confini.

Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è un'altra ancora. Domani è Carnevale e, per festeggiare degnamente la ricorrenza, don Michele e la sua cricca hanno organizzato un grande ballo in maschera. Per amore di attualità il tema della serata sarà l'Islam, con barbe, veli e burqa assortiti. I complimenti a don Michele, per l'originalità dell'idea e la cura dell'organizzazione. Ci saranno tutti, dal più grande al più piccolo boss della malavita organizzata, e le matrone ingioiellate già fremono all'idea di sperimentare il singolare capo d'abbigliamento reso celebre dalla dittatura talebana.

Rachid non ci sta. L'Islam è una cosa seria e non può permettere che sia profanato da una masnada di debosciati infedeli. Ci ha pensato bene e ha capito che c'è un solo modo per fermare questo orrore. Lo hanno già fatto altri prima di lui.
La sua famiglia sarà finalmente libera dalla schiavitù del crimine imperialista e vivrà per sempre nella grandezza del suo gesto. Intrufolarsi alla festa protetto dall'anonimato del burqa non sarà difficile.
L'esplosivo farà il resto.

Marco Vallarino
di Annamaria Giuliani

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