Due modi di guardare alla Shoah - Magazine

Mostre Magazine Mercoledì 25 gennaio 2006

Due modi di guardare alla Shoah

In alto l'installazione di Mauri, in basso alcuni dei quadri di Menegon

Magazine - Un muro è un muro, sia fatto di valige o mattoni, respinge.
Ma questo no.
99 valige, impilate l’una sull’altra ad arte, senza struttura alcuna latente sono Il muro occidentale o del pianto (1993). Un’installazione di Fabio Mauri, in mostra a Palazzo Ducale, nella Loggia degli Abati, insieme al ciclo pittorico Rammenta con me. Du denk mit mir (Paul Celan) dell’artista Giuliano Menegon, ispirato ai versi poetici di Paul Celan. Collocato all’interno delle manifestazioni dedicate alla Giornata della Memoria, questo doppio appuntamento, Le forme della coscienza, è un’iniziativa congiunta promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Genova, dal Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce e dal Centro Culturale Primo Levi, visitabile fino al 12 febbraio.

Il muro di Mauri, multiforme e multicolore, che dalla sua prima uscita, la 45a Biennale di Venezia nel ’93, ha girato il mondo, accoglie e chiede di essere avvicinato, perscrutato e magari in segreto anche toccato. Le diverse valige, casse, zaini in pelle, legno, cartone e stoffe più o meno grezze, invitano i sensi a partecipare e una volta aggirata la parte anteriore, perfettamente in bolla, una scoperta sul retro ci attende. Qui i bagagli sporgono, si inseriscono, creano vuoti e pieni in una costruzione difforme e ancora quasi in atto – quasi appoggerei anche la mia di borsa.
Mauri mi conferma, in un’affabile intervista telefonica, che proprio nella dualità giace l’estesa simbologia di questo suo lavoro: «Da una parte materiali e forme molto diverse costituiscono un quadrato perfetto, 6 x 6, come disegnato sulla carta. Un collage a piombo. Dall’altra invece è mosso. Ne deriva la possibilità di far quadrare e convivere qualsiasi tipo di diversità. Il dietro è molto plastico, le valige creano una serie di dislivelli, un po’ come accade nella natura umana. Siamo dissimili, ma tutto si può comporre, è solo questione di pazienza e umanità esercitata».

Mauri racconta che questi bagagli li ha raccolti un po’ dappertutto andando al mercato di Porta Portese la domenica - «mi chiamavano l’uomo delle valige». Qualcuna viene anche da Milano, ma il progetto inizialmente non era così definito.
«Fui invitato, nel ’93, da Achille Bonito Oliva alla Biennale con la mostra Ebrea del ’71 a cui dovevo aggiungere qualcosa di nuovo. Da Ebrea, 24 pezzi, ne scelsi 10 circa, poi mi misi a lavorare sul muro occidentale o del pianto [muro residuo del Tempio di Salomone a Gerusalemme, ndr]: le ipotesi erano varie, una certa pietra che avevo visto in Irlanda... ma poi niente mi convinceva. Parlando con mia nipote, Silvana Ottieri, che con delle amiche ebree era stata ad Auschwitz e Buchenwald, le chiesi cosa l’aveva colpita di più. Lei rispose: “Senza dubbio le valige”. Tutto partì da quella frase telefonica».
Le valige di Mauri sono il bagaglio di individui, anche immigrati o emigranti, non necessariamente vittime dell’Olocausto.
«Quelle valige avevano sopra gli indirizzi», l’inganno nazista perpetrato verso gli ebrei prima della morte, come se così avessero poi potuto rintracciarle. Mauri non li ha messi gli indirizzi, le valige riportano solo le etichette di viaggio originali, «per non simulare qualcosa che poteva essere scambiato per vero» e perpetrare l’inganno.

A differenza della mostra Ebrea - che ha suscitato reazioni differenti negli ebrei: alcuni la respinsero fin dall’inizio - l'installazione ha avuto sempre una certa «uguaglianza di accoglienza, ha suscitato riflessioni pacifiche e una certa ammirazione, perché non c’è nessuna griglia. All’inizio mi cadeva sempre sulla testa, continuavo a costruirla con una certa fiducia in un montaggio fatto con l’immaginazione, sfidando le leggi di gravità. Anche perché i pezzi più pesanti sono in alto. Poi, l’ultima volta che cadde, restò in piedi un lato e la sommità, come fosse un arco. Allora capii come doveva essere fatto: sono le pareti laterali a dare equilibrio, spingendo verso il centro. Quello che c’è dentro non porta niente, l’arco si tiene per compressione laterale».
«Il muro di Gerusalemme mi ha animato – conclude Mauri- perché di grande consolazione e speranza. Lì tutti infilano il loro desiderio e Dio non può non ascoltare, è il muro della verità. Anch’io nel mio muro ho inserito un rotolo di tela dove ho depositato la domanda sul ruolo dell’arte».

Proseguendo la visita si incontrano i corpi nella pittura livida e colante, nero su bianco e viceversa di Giuliano Mengon.
Sono figure piegate, nel capo o in qualche punto del corpo, sono esili impronte annientate, private dei loro più intimi e caratteristici contorni. Graffi che emergono dal nero, ombre sanguinolente amputate o ferite in fronte che cadono mute.
C’è molto silenzio, dolore contratto, in questo lavoro. Le vittime sono già morte, non fiatano anche se, forse, la vita non le ha ancora lasciate. Il nero le inghiotte il bianco le espone, senza esibirle, alla morte cruenta.

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