Magazine Mercoledì 25 gennaio 2006

La strada del Davai

«Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi. Guai se i giovani di oggi dovessero crescere nell'ignoranza, come eravamo cresciuti noi della "generazione del Littorio".
Oggi la libertà li aiuta, li protegge. La libertà è un bene immenso, senza libertà non si vive, si vegeta» - Nuto Revelli (1919-2004)


La tragica epopea degli alpini della divisione "Cuneense" raccontata con le parole semplici e pesanti dei pochi sopravvissuti – ma a quale prezzo - alla campagna di Russia, una delle avventure più folli e criminali del fascismo italiano nell'ambito della II Guerra Mondiale.
Lo scrittore cuneese Nuto Revelli - lui stesso partecipò a tale tragedia il cui esito lo spinse ad entrare nelle file partigiane al suo ritorno in Italia – ci offre un’opera di grande sensibilità storica ed umana dando voce agli umili, agli ultimi, a coloro che rientrati a casa non avevano più neppure la forza e la voglia di raccontare un'esperienza così traumatizzante. Questo libro é uno straordinario strumento di conoscenza, un grave richiamo contro le guerre, contro la coercizione, contro la superficialità.
Le testimonianze raccolte ne La strada del davai (davai in russo significa "avanti, cammina", cio' che i soldati russi intimavano ai loro prigionieri) sono suddivise in due gruppi: quelle di coloro che furono prigionieri in Russia e quelle di coloro che invece furono rimpatriati nella primavera del '43.

Ne esce il quadro spaventoso di vite sacrificate, di una generazione contadina bruciata in un servizio militare quasi decennale. Eppure, nella memoria collettiva, i pur drammatici ricordi della guerra all'Etiopia, alla Francia e perfino di quella a Grecia e Albania, sbiadiscono di fronte alla catastrofe russa, al freddo glaciale acuito dall' impreparazione, dalla pochezza dell'equipaggiamento e dell'organizzazione logistica, alla fame, allo sfinimento.

In questo libro troviamo pagine di storia vera, quella degli effetti della guerra sulle persone reali aldilà delle vittorie o delle sconfitte sullo scacchiere militare. E pure quella della meravigliosa solidarietà del popolo russo con i nostri soldati, la solidarietà di chi, da contadino e pur nel rispetto del ruolo assegnatogli - invasore o invaso, vincitore o sconfitto – sa di scontare sulla propria pelle le sofferenze dovute ad eventi decisi da altri.

Il 15/1/43 la forza organica del corpo d'armata alpino sul fronte russo si aggirava sui 56.000 uomini. Circa 12.000 fecero ritorno in Italia.

Matteo Zacchetti
di Annamaria Giuliani

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