Magazine Mercoledì 25 gennaio 2006

Ultimo piano

Magazine - Le stanzette degli ascensori mi fanno sempre sentire un piazzista. Mi trovo davanti quella specie di faccia, e non ho certo il tempo di sistemarla, neppure salendo all’ultimo piano.
Tiro allora la giacca; cerco di fare qualcosa, che stazzonata la è già l’espressione. Ogni volta che mi guardo allo specchio, mi sembra che le labbra si siano strette; giurerei che ne avevo di più, da ragazzo. Forse avrei dovuto sorridere di più, per mantenerle esposte. Pure le labbra, sono introverse. Sarà perché salgono e scendono, ma io, dagli ascensori, mi sento soppesato.
Negli ascensori, gli specchi sono bilance.
E a me riesce difficile, sentirmi come uno che li supera, gli esami.

Con la valigia campionario, stipata di sentimenti infrangibili, di sogni antiaderenti, di illusioni primarie, e di nuvole frante.
Fuori da questo ascensore, sul pianerottolo del piano alto, un cane abbaia argentino.
Le porte si aprono da sole – è il piano che ho scelto – eppure io so che è lei a farlo, e mi sento smurato vivo.
Un anno è un solido patibolo di minuti, per non vedere qualcuno.
L’assenza risulta alla fine talmente credibile, che uno arriva a dubitare di averla vista davvero, lei, a quel tempo. Si mette in questione la lealtà dei propri ricordi. Tocco terra ferma, che in realtà è un tappeto volante, ed io sono la metà di un abbraccio.
Il sentimento è quello di essere abbracciati dalla propria vita in persona, così, di colpo: non saprei come spiegarmi altrimenti.
Ho negli occhi il suo odore.

Le risate del cane. La borsa che mi costringe la sinistra lungo il fianco. Lo scorrimento delle corde dell’ascensore. La tromba delle scale, che sembra allargarsi e divorare il pianerottolo, e a noi lasciare una cengia sottile, su un precipizio giallo. La sua schiena. I suoi capelli, contro il naso, e la testa calda, sotto. La sua testa di parole, mandorle, paure, lacrime di vetro geniali, renitenze, e onde, onde che devo sbrigarmi ed imparare a nuotare, o affogo.
La porta di legno nobile dei vicini di casa. Il suo saluto, nella stoffa della mia giacca. Le mie labbra, schiuse sul collo al quale sembrano appartenere. Il tempo, trecento e rotti giorni, che sfarina via, e questo abbraccio è ancora quello precedente, l’ultimo, e non è successo nulla, intanto.

Poi, non sono più abbracciato a lei, e quello è nuovamente il disimpegno del settimo piano, la luce è quella stupida e ronzante degli ambienti in comune, e c’è il suo cane, che salta contro la mia gamba, e c’è lei, con i capelli raccolti perché a me piacciono sciolti, con una tuta grigia perché io le chiedo ogni giorno: come sei vestita; c’è lei, che non voleva a nessun costo sembrarmi, volutamente, irresistibile, ma che non avrebbe comunque corso il rischio di risultarmi qualcosa di meno; c’è quella porta, aperta, che io non ho mai varcato; ci sono io, che mi sento improvvisamente vecchio, brutto, immeritevole, ed allo stesso tempo a mio agio, come se non potessi e non dovessi essere altrove che lì, in quel momento, con lei, con il sentimento che quello fosse, finalmente, il primo minuto vero di un lungo anno insignificante, e con la sconvolgente, confermata emozione, tale ogni volta, che proprio quello, vederla, essere lì, fosse naturale, ovvio, fluido, e tutto il resto, cazzo, no; c’è il sacchetto che ho in mano io, il peso in fondo al braccio della mia scusa per vederla; c’è il tempo, che picchia forte sotto le unghie e rimane fermo, invece, dietro gli occhi – ancora incapaci, i miei, di guardarla davvero.

Sto lì, sono improvvisamente sbronzo, e me ne rendo conto; sono spalancato.
Indifeso, e, proprio di questo, forte.
Per un anno, ho avuto, costante, dolorosa, evidente, l’urgenza di vederla; adesso, davanti a lei, mi rendo conto che, per tutto questo tempo, non ho mai fatto altro; che è tutto quanto naturale, e lei è parte dei miei occhi, lei è quel verde sommerso che con il sole torna su. Per un anno, non sono mai stato altrove, ma su quel pianerottolo.
Diciamo qualcosa, ridiamo forte – il cane, i vicini, i regali, e tutto quanto, insomma.
Poi sembra strano non entrare, o non invitarmi a farlo, che ne so. Lei è oltre la soglia, dalla parte della porta, per metà dietro quella, anzi; fa un sorriso corto e antichissimo, una specie di riverenza ed un gesto buffo con la mano, che invita ed insieme la assolve, nell’ironia dell’inchino.

È lo spazio di un passo, ed io, nell’istante ce ci vuole a commetterlo, ho emozione che non in una stanza sto entrando, ma dentro quegli occhi, quei grandi occhi indiani che i capelli indietro spalancano, quegli occhi che sono la piscina profumata di una terme dell’antica Roma, che sono due slarghi di luce di quelli che trovi improvvisamente nei boschi, dove la luce penetra intera la lunghezza degli alberi, profumandosi di resina per via.
Insomma: entro.
Il gesto mi fa entrare, e la voce dice: devi andare via.
Nella stanza c’è una grande libreria, e solo una volta fuori mi renderò conto che non mi ci sono avvicinato: lo faccio sempre, è più forte di me. La sua libreria, poi. Sarebbe stato come spalancare il cassetto della sua biancheria: una festa. Eppure.

C’è un divano, ed almeno una poltrona, ma ci sediamo sui bordi del tavolino basso nel centro. Diciamo anche delle cose, anche se non è tempo di parole, quello: troppo stretto, per fare spazio anche a loro.
Guardiamo le cose di cui ci riempiamo le mani, così, per non lasciarle in giro. Il cane monta il mio polpaccio sinistro. Ho tra le mani un portafoto di vetrofuso blu, con una foto dove lei è dentro una vita che io non so. Lei assaggia con le dita una composta di mandarini che le ho portato. Io provo un desiderio formidabile e rassegnato. Di quella marmellata, vorrei vestirla. Lo sa. È vicina. Non dovrei essere in quel posto, o non avrei mai dovuto essere altrove. La sua voce da bambina per scherzare. Il suo essere, quando lo fa, talmente rivolta a me, che mi sembra di non avere mai parlato con nessun altro, prima, durante, o dopo.

Ci si alza, che devo andare. Credo. Siamo di nuovo allacciati. Ci vuole del tempo, questa volta, prima che smettiamo di esserlo. Sento i muscoli delle sue spalle, gomitoli intricati e duri. Il mio respiro è calmo, e verde; un albero, con il sole addosso. Le mani mi stringono la schiena. L’imbarazzo, e la naturalezza, delle pulsazioni del sesso contro lei stretta a me. Piccoli baci parlanti, nelle nuche. Il rilievo delle sue vertebre, nel palmo della mano. So una cosa, ed una cosa solo: sono a casa. Lei, è la mia casa.
Sulla soglia, sollevo una mano leggerissima in fondo ad un braccio pesantissimo, e le accarezzo la parte destra del viso, dalla tempia alla gola, e le mie dita recitano a memoria la loro poesia preferita.

Vado via, sulla bicicletta imprestata da mamma perché io, in quella città, nemmeno abito più. Non procedo diritto. Sono da gonfiare.
Le ruote.

Matteo Labati

di Annamaria Giuliani

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