Magazine Sabato 17 febbraio 2001

I Pokémon non sono i mostri che sembrano

Magazine - Fabio lavora in un negozio di giochi a Imperia ed è un mio amico. Solo ad un amico avrei chiesto di spiegarmi qualcosa su questi benedetti Pokémon. Perché già lo so che non ci capirò niente, e non ho certo voglia di fare figuracce davanti a un estraneo. Eppure l’inizio pare incoraggiante
“Pokémon è una via di mezzo tra un gioco di carte tradizionale e una collezione di figurine”. Fin qui tutto facile, ma dura poco “Si gioca in due, ognuno con un mazzo di 60 carte. In base all’avversario o alla tattica che si decide di adottare, si scelgono le carte con le quali comporre il mazzo. Per questo è importante avere tante carte nella propria collezione: bisogna poter scegliere tra diverse strategie di gara”. Oddio, ma come si fa a decidere quali carte usare, ce ne sono talmente tante… “Bisogna fare pratica, giocare contro tanti mazzi diversi e cercare di migliorare di volta in volta il proprio in base ai risultati”. Poi mi spiega che è un gioco di attacco e di difesa, a turno, e a decidere le sorti dell’incontro sono le caratteristiche (che sono tante: energia, tipo di arma, ecc.) delle carte e l’abilità del giocatore di giocare quelle migliori. Come no. Ma le combinazioni sembrano infinite… Capisco che non giocherò mai a Pokémon (il che, tutto sommato, non è grave), ma, soprattutto, mi pare di capire un’altra cosa, ben più interessante. Avevo sempre pensato che Pokémon (contrazione di poket monster, mostro tascabile) non fosse altro che una colossale operazione di mercato. E in parte è vero. Ma quando un bambino di otto anni (se li ha) prova a spiegarmi alcune tecniche sofisticate, quando vedo un gruppo di indemoniati mini-giocatori che maneggiano le carte con la stessa perizia con la quale, alla loro età, mi mettevo le dita nel naso, allora mi rendo conto che forse questo gioco non è solo una grande macchina da soldi, studiata per sfruttare il successo dei cartoni animati. Leggo che in Giappone viene utilizzato a scopo didattico, ed effettivamente, sollecitando il mio povero cervello a capirci qualcosa, mi rendo conto che necessita di grandi capacità analitiche, obbliga il giocatore a prefigurarsi situazioni di gioco e ad agire in base a considerazioni strategiche. Né più né meno dello scopone scientifico o degli scacchi.
Poi mi soffermo a considerare che è un gioco che implica una socialità. Mentre parlo con Fabio, noto che c’è una decina di bambini intenti a darsi battaglia: paiono divertirsi parecchio. Gli chiedo se sa di negozi simili, dove i bambini hanno una stanza tutta loro per giocare, a Genova. Me ne indica due: Dice & Dragons (c.so Buenos Aires 62/r) e Blues Brothers (via Rivale 15/r). Telefono, e scopro che, durante l’orario di apertura dei negozi, ci sono locali a disposizione dei giocatori (addirittura i due terzi del negozio da Blues Brothers). Spesso i genitori “parcheggiano” i figli prima di andare a lavorare e li riprendono al ritorno.
Allora ben vengano i Pokémon, e pazienza se vostro figlio vi farà impazzire perché non trova la carta di Charizard: non è detto capiate, ma a qualcosa gli servirà senz’altro.

Per saperne di più visita il sito www.pokemon.it

di Donald Datti

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