Concerti Magazine Domenica 22 gennaio 2006

Jamadda Experience

Nelle foto grandi: il catafalco metallico e l'equalizzatore della pedaliera magica
Nelle foto piccole: ancora il Groove Box

Magazine - Dalle viscere di un austero palazzone di inizio Novecento, alle falde di Castelletto, un nuovo trio, all’erta e pieno di brio, si appresta ad irrompere ufficialmente in città.
L’identità segreta di questi paladini delle sette note si cela dietro quella di onesti lavoratori (ben due sono architetti), ma ad Andrea, Emiliano e Stefano basta sfiorare l’equalizzatore di una pedaliera per trasformarsi nei , coi nomi di DJ Pucce, Boogaz e MC Tavlas.
In realtà, questi baldi trentenni in erba si sono già esibiti davanti al pubblico autoctono, in occasione del Festival delle Periferie dell’estate scorsa. Ma il vero battesimo si terrà venerdì 27 gennaio, al Milk.

I Jamadda nascono dalle ceneri dei gloriosi Tuaprinz e del successivo esperimento Shagoora, risalente al 2003. Ma, mentre le vecchie esperienze musicali erano legate a sonorità trip-hop, il nuovo progetto tenta un approccio elettronico più articolato.
Nella tana dove si rifugiano per architettare (è il caso di dirlo) le loro sonorità d’inizio millennio, campeggia maestoso un catafalco metallico, cui sospetto Andrea mostri la sua sottomissione con sacrifici di varia natura. Si tratta del Groove Box, un MC909 della Roland, marchingegno altamente versatile: sequenzer, sintetizzatore, campionatore e, immagino, macchinetta per il caffè espresso. A lui viene deputata la creazione del tappeto di suoni che costituisce l’anima dei brani dei Jamadda: nonostante questo, in realtà c’è ben poco di sintetico, nei loro pezzi.
«Il generatore crea gli effetti in presa diretta -mi illustra Emiliano- A nostra volta, li ricuciamo, li montiamo sul pc, ma il resto del lavoro è fatto con strumenti veri e propri, addirittura vintage»: una gloriosa Fender in qualità di chitarra armonica, un numero imprecisato di vecchie pedaliere analogiche per le manipolazioni live («Gli effetti pedalogici!») ed una tastiera elettronica Casio dell’82, appartenuta nientemeno che al nonno di Stefano.

Lo spettacolo dei Jamadda non è un dj set, nè un “concerto spettacolo”, bensì un vero e proprio live set: la musica, infatti, è solita accompagnare (e non viceversa) l’osservazione delle installazioni video realizzate dai Genova Visual Border, un gruppo di artisti che si occupa di scenografie videografiche, pittura e musica. «I filmati –tende a sottolineare Andrea- non contengono alcun messaggio in particolare, sono per lo più astratti, ma è speciale l’interazione che si crea con i nostri pezzi».
Emiliano sottolinea che «la musica dei Jamadda è duttile: si presta ad essere ballata, ma potrebbe benissimo costituire l’ideale accompagnamento ad una mostra fotografica o di pittura».
Il carattere eclettico delle composizioni è diretta emanazione della filosofia che ha dato vita al progetto. Stefano prende la parola: «Non siamo un gruppo nel senso canonico del termine. Tra di noi, non dobbiamo scendere ad alcun compromesso: l’armonia si crea in maniera naturale. Negli anni, ci ha tenuti uniti il fatto di avere idee più o meno omogenee. E poi siamo aperti alle collaborazioni, alle contaminazioni. Sperimentiamo le nuove proposte in maniera naturale. Per esempio, evolvendoci, vorremmo introdurre delle sonorità quasi tribali, magari inserendo gli strumenti africani del nostro amico Waly, un maestro di percussioni del Balletto Nazionale del Senegal, che insegna al Circolo Vega e al Nick Masaniello».

I tre sono particolarmente affascinati dalle sonorità orientali: «La musica dance è occidentale- sciorina Stefano- Tecnicamente parlando, è costituita da ritmi pari. La musica greca o araba, invece, li ha dispari, il che comporta degli scatti. É una caratteristica interessantissima della musica popolare del Mediterraneo. Sarebbe bello riuscire ad applicare i 7/8 alle nostre partiture».
Alla fatidica domanda sulle influenze musicali, mi si guarda con fraterna benevolenza. In breve, come spiega Andrea, «ci sono cose che ci piacciono molto, ma che non ci influenzano, e che sembrano perfino annullarsi a vicenda. Per esempio, che ci azzecca Tricky con i Misfits?».
L’operazione Jamadda, però, non si esaurisce nella sola Experience. Il lato oscuro della forza è costituito dalla Jamadda Production: da bravi padrini, si sono dedicati agli Adele, postproducendone il primo demo, e all’accompagnamento musicale dell’imminente spettacolo scritto e diretto da Arianna Musso, Laureata in vendesi, a breve presso il Teatro Instabile, a sottolineare il loro intento cooperativo con gli altri esponenti della mitologica scena genovese («C’è da chiedersi se ne esista davvero una»). Il problema di fondo, commentano laconici, è lo spirito troppo critico e competitivo che la rimescola. A parer loro, è degna di nota, in controtendenza, l’attività dell’Associazione Culturale Metrodora, impegnata nella promozione di progetti locali in maniera propositiva e disinteressata.
Insomma, tanta e succulenta carne al fuoco: venerdì, io ci sarò. E voi, là fuori?

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