Magazine Venerdì 20 gennaio 2006

Scrittrici d'Oriente al Grinzane

Bando agli esotismi. Bando agli orientalismi. Ma soprattutto cancelliamo cliché e stereotipi: le scrittrici arabe sono qui. Qui a Torino, oggi venerdì 20 gennaio 2006, sono donne della letteratura, figure in carne ossa, venute dall’Iraq, dal Libano, dall’Egitto, dalla Palestina, dall’Iran, ma anche dall’Algeria, dall’Arabia Saudita, dal Marocco, dalla Tunisia, dalla Turchia, per raccontarci il loro modo di usare la parola e di intenderla. Vanno citati tutti i luoghi perché non esistono le donne dell’Islam, ma molte figure femminili originarie di diverse località del vasto mondo orientale -dal Maghreb all'Iran. Sarebbero arrivate anche dallo Yemen e dalla Siria se non fosse intervenuto quel fastidioso alone di sospetto occidentale che ha deciso di emettere i due visti richiesti da Aniseh Abboud (poetessa siriana e ingegnere agrario) e da Ibtesam Al-Mutawakel (poetessa e docente universitaria nello Yemen), non adesso ma tra un mese.

L’occasione, a queste donne nostre contemporanee, l’ha fornita il , preparando un convegno dal titolo (dal 19 al 21 gennaio, con una ventina di scrittrici e intellettuali provenienti da tredici paesi di lingua araba) per accoglierle e festeggiare così i 25 anni di storia del premio piemontese.

Si esprimono in lingue diverse: l’irachena Aliya Mamdouh e l’iraniana Farzaneh Karampoor in arabo e persiano, l’egiziana Radwa Ashour in inglese come la palestinese Liana Badr e la libanese Mai Ghoussoub. Parla francese l’unico uomo del consesso Tahar Ben Jelloun, parla italiano ovviamente la moderatrice Isabella Camera d’Afflitto (premiata per il suo lavoro di traduzione dall'arabo) e meno ovviamente parla in un perfetto e forbito, quanto poetico, italiano la giovane libanese Joumana Haddad, che di lingue ne parla correntemente sette. Hanno età diverse e storie vissute individuali da raccontare in modi e stili espressivi molto lontani tra loro. In comune hanno solo una forte consapevolezza dell’essere donne e di fare letteratura, partecipando a quel vasto ambito degli scambi umani che di parole si nutre e dal confronto con l’altro prende spunto.
Tutte dimostrano una profonda conoscenza della nostra letteratura, citano Calvino a più riprese, ricordando anche quanto antica sia la loro letteratura, quanto florida e densa di grandi esempi che, non tanto in Italia, quanto nell’intero Occidente sono del tutto sconosciuti, ma per grandezza potrebbero stare accanto a Dante e Shakespeare.

Le donne che abbiamo difronte sono nostre contemporanee si diceva, al lavoro nell’università, tra i media, nell’editoria o calate dentro la scrittura come autrici e traduttrici. Ed è proprio di traduzione di trasferimento e comunicazione che loro hanno parlato. Letteratura come ponte tra culture, letteratura come arma di salvezza contro le ingiustizie, più o meno quotidiane, vissute da molte di loro insieme al popolo a cui appartengono, ben al di là della loro identità sessuale. Letteratura come strumento di autodeterminazione, di uscita dalle oppressioni e dai molti blocchi (siano check point del conflitto israelo-palestinese o milizie egiziane pronte ad ogni angolo per far tacere con la forza la libertà di espressione). Cercano di riferire di un mondo che noi guardiamo ancora troppo spesso con il cannocchiale, con troppi veli sugli occhi e abiti bianchi, in vesti di curiosi spesso frivoli e poco avvertiti della realtà.

L’irachena Aliya Mamdouh, che vive a Parigi, propone se stessa in un intervento poetico e politico. Il suo discorso sta dentro alla metafora del luogo: quello amato, quello vissuto e che ti ama e quello lontano in cui lei sente di vivere. Da esule chiama Parigi: l’amante a cui sono fedele e di Bagdad dice: mi sono stancata mentre volevo che mi amasse. L’iraniana Farzan Karampoor racconta per cenni autobiografici cosa significhi essere donna in una società patriarcale. Studiare lettere era il consiglio del padre, matematica come il fratello maggiore fu la sua scelta. Giurisprudenza fu di fronte all’università la nuova opzione paterna suggerita, Ingegneria civile la scelta un ramo valido dappertutto: secondo il concetto che il lavoro non debba necessariamente corrispondere alle passioni, ma emancipare, per permettere ai desideri profondi, come quello verso la scrittura, di essere praticati.

La passionaria, bella e decisa quanto giovane e individualista – per sua stessa ammissione - Joumana Haddad: «non ho doveri né impegni» verso la scrittura, che però le permette di accedere alla sua identità profonda. Joumana afferma di scrivere con il corpo e con le unghie e di provare qualcosa di molto simile all’orgasmo sessuale ogni volta che conclude un suo testo.
Joumana che è direttrice delle pagine culturali del quotidiano libanese An Nahar, anche traduttrice (atto dove l’individuo si moltiplica senza perdersi), non dimentica la guerra vissuta a 4 anni e fa fatica ad affermare la frase corrente: siamo in pace dal 1991. La guerra le è rimasta dentro, un profondo strappo che chiede di essere ricucito attraverso l’amore, il piacere, il ricongiungimento carnale che lei vive attraverso la scrittura con tutto ciò che le è stato sottratto dalla guerra. Il mio viso è un cumulo di maschere perciò, per tutta risposta il suo atto di scrittura è atto fisico profondamente sovversivo, un atto sessuale. Liana Badr invece parla di luoghi e tempi interrotti, per lei tornare a Gerusalemme è solo un sogno, il ricongiungimento con i familiari un’illusione condivisa con molti altri palestinesi, il lavoro spesso un peso, di fronte alla dilatazione forzata dei tempi di percorrenza fra case, quartieri, città e stati. Lei è stanca delle storms of separation continue e del proliferare di blocking of movement che le impediscono di veder fiorire la natura.

La libanese Mai Ghoussoub non è solo scrittrice, ma anche scultrice e editrice (della Saki Book che pubblica in arabo e inglese), il che fa di lei quella tra le presenti più accorta verso il mondo multiforme delle immagini. Recupera Sherazade attraverso la figura di Penolope, associando l’idea di artista e donna coraggiosa all’abilità di entrambi di manipolare il tempo ad arte. E se di velo e donne islamiche si vuole davvero parlare, lei invita a riflettere sullo stereotipo di donna offerto dalle riviste occidentali femminili che lei ha verificato attraverso un semplice gesto di ritaglio: davvero credete che burqa e velo siano più omologanti di queste silouette femminili con cui vi bombardano dai media?

Spetta all’egiziana Radwa Ashour chiudere la serie di interventi femminili (a cui segue quello realmente conclusivo di Tahar Ben Jelloun). Ad eccezione delle altre, notissima per i suoi romanzi e per il suo impegno di donna in Italia, la scrittrice e docente universitaria è conosciuita solo attraverso due racconti (nell’antologia uscita nel giugno 2005 Parola di donna, corpo di donna, a cura di Valentina Colombo, Mondadori, che comprende anche scritti di Haddad e Badr), ricorda in numeri la grandezza della letteratura araba prima della Prima Guerra Mondiale: esistevano 24 periodici femminili, erano state pubblicate 571 biografie di donne scrittrici tra il 1892 e il 1939 e si aggirano intorno alle 1300 le autrici arabe (poetesse, romanziere ecc.) tra l’ultima parte del XIX secolo e il XX.
Lei critica il titolo di questo convegno che ancora odora di orientalismo e che ricorda una certa pittura esotica del XVIII secolo, sa molto di quell’imperialismo dei diritti umani, molto di moda, ma evidentemente retaggio coloniale. Sono una scrittrice troppo ambiziosa per accettare stereotipi, afferma in chiusura per ricordare un femminismo a lei nostrano di cui ignoriamo le forme.

Al Cairo c’è una rivista culturale vecchia 130 anni.
Metafora conclusiva e, forse, suggerimento/allusione spassionato/a contro ogni pregiudizio.

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