Il sillabario di Giulio Paolini - Magazine

Mostre Magazine Mercoledì 18 gennaio 2006

Il sillabario di Giulio Paolini

In alto uno degli allestimenti teatrali dell'artista "Laborinthus"; sotto un suo lavoro a Torino, ispirato a Palomar di Calvino

Magazine - Parla pacato, senza grandi voli lessicali Giulio Paolini, in una sala gremita di giovani aspiranti artisti: «L’artista è al contempo una figura centrale e marginale, la sua traccia resta per lungo tempo come nessun altra, ma l’artista, in generale, parla da dietro le quinte, non in presa diretta. Personalmente trovo più gustoso il fatto di armeggiare con i miei strumenti invece che farne teatro. Ritirarmi in cucina di fronte a una tavola imbadita, con gli ospiti».
L’autodidatta di fama internazionale, artista concettuale più volte alla Biennale e a Documenta di Kassel, di molte opere liriche Giulio Paolini riceve, oggi mercoledì 18 gennaio 2006, la laurea ad honorem dall’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova.

L’occasione è propizia per dare avvio all’anno accademico e salutare i molti studenti. Ma prima di lasciare la parola a Paolini, il presidente Giancarlo Piombino fa un rapidissimo bilancio che, se dal lato didattico soppesa gli ottimi frutti raccolti dalla vivace azione dei docenti, dall’altro langue per una situazione economica affatto rosea, nonostante il supporto degli enti locali e anche la grande attenzione verso l’istituzione dall’esterno - recentissimo l'intervento della Fondazione Carige per un’aula computer. Introducono l’artista e l’occasione anche la direttrice dei corsi Emilia Marasco e la docente di Fenomenologia delle arti contemporanee Marisa Vescovo. Marasco sottolinea la dinamicità raggiunta dall’Accademia in questo suo tempo di trasformazioni (il riferimento è al recente riconoscimento dell’università), mentre Vescovo ricorda la lezione preparatoria a quest’incontro condotta con l’artista Cesare Viel, a corsi congiunti, per aggiungere, senza annoiare i ragazzi, che: «Paolini è il miglior esegeta di se stesso. Quello che lui riesce a dire del suo lavoro fa tremare i polsi ai critici stessi. Un’artista che non ha scalato la montagna della moda, ma quella della sua identità e del suo pensiero».

L’attenzione della platea è incondizionata, dal brusio allegro di poco fa, si è presto calati nel profondo silenzio. Nessuno ha la tosse, nessuna matita cade, nessun fazzoletto strombetta. Paolini spiazza annunciando poche pagine del suo discorso e, palesando una certa emozione per il caldo benvenuto: «Mi trovo all’apice di una carriera fin troppo lunga, che sta diventando pesante e noiosa, ma non sono ancora indifferente a queste accoglienze» e quindi ringrazia, lui!

Un breve escursus autobiografico, indugia sulla prima infanzia, recuperando le radici genovesi (1940) e i legami affettivi con una città lasciata nel 1952 per Torino. Nel ’48 Paolini colloca il suo esordio d’artista: «qui ebbi il primo annuncio di quella che sarebbe stata in seguito la mia vocazione». A dodici anni, Paolini vinse il primo premio di disegno infantile in una giuria presieduta da Felice Casorati, che selezionò su 28.000 concorrenti 3 suoi piccoli acquarelli. Le ragioni che lo videro trionfare gli sono a tutt’oggi ignote, perciò chiama in soccorso Paul Valery (di madre genovese): «Non so, non posso sapere cosa ho voluto dire, quello che so è che ho voluto fare».

L’arte per Paolini passa dal fare all’essere esibita e qui entrano in gioco i musei. Dalla fascinazione infantile, piena del rapimento intimo consumato in sale silenziose e, all’epoca, appena restaurate di Palazzo Bianco (Genova), Paolini passa rapidamente ad una critica misurata ma decisa e chiara del business musei, rivolta soprattutto verso un’architettura smodata che strarippa da una sua rapida rassegna stampa, per tutte le sue recenti bravate, da ...anta mila metriquadri, almeno. «Queste bravate dell’architettura vengono associate alla materia delicata e refrattaria delle opere d’arte. Occorre dirigersi altrove. I nuovi musei, nuovi non dovrebbero sembrare. L’opera è da custodire non da valorizzare».

Dopo la premessa, Paolini si profonde in un sintetico ABC: A come Accademia, B come Bellezza, C come Conversazione, D come disegno e E come ecc. ecc. Si ferma presto alla E appunto e censura la C, perché si dovrebbe mettere in scena come intervistato da due laureandi, e di fronte alla platea di studenti gli sembra fuori luogo. Il termine Accademia consente a Paolini di riflettere sull’arte di imparare e sul proverbio “impara l’arte e mettila da parte”. Per cosa? Per mettere a frutto un patrimonio di conoscenze? O per farne tesoro senza ridurlo a strumento operativo? Resta il dilemma, Paolini risponde: «Osservare il silenzio, far tacere il silenzio. Basta così. L’opera ci parla, è lì da secoli, senza esigere attenzione, né chiedere consenso». La Bellezza poi è un parente stretto dell’infinito: «posta sulla soglia, la presidia senza occupare il luogo. Ci appare in controluce. Erede del vero, non si riconosce nel vero». Il disegno, D, consente un nuovo à rebours, questa volta al suo primo lavoro: Disegno geometrico (1964): «lontano nel tempo, ma sempre presente nella mia opera. Una piccola tela bianca su cui tracciai la quadratura che anticipa l’arrivo dell’immagine. Un vuoto annunciato... facoltà dell’immagine di assentarsi, consentendo alla tela di respirare» e ospitare molto altro.

Potrebbe interessarti anche: , Ad Ascona la mostra tematica Arte e Perturbante , Biennale di Venezia 2017: Viva arte Viva. Da Roberto Cuoghi a Damien Hirst , Lucca Comics 2016: Da Zerocalcare a Gipi, fino ai Cosplay , Anime nere: la Calabria tra letteratura e cinema , Addio a Mario Dondero, fotografo del '900 più vero