Conigliare fa rima con casa - Magazine

Attualità Magazine Mercoledì 18 gennaio 2006

Conigliare fa rima con casa

Magazine - Il significato della parola conigliare me lo ha spiegato Caterina ieri al telefono.
Non che ci sia qualcosa da spiegare però mentre tenevo il mio cellulare in una mano e nello stesso tempo vagavo per casa ciabattando, sono finita inevitabilmente davanti ad uno specchio e ho capito.
Ho visto un naso rosso, i capelli raccolti in una sorta di coda di cavallo, un pigiama sotto una felpa da paninaro anni ‘80 e un paio di calzettoni buffi. Sono in pigiama da quattro giorni. E sono a casa. Casa casa intendo, casa a Genova.

Mi sono presa un malanno, come dice mia nonna, perché «Giri sempre mezza nuda!», che tradotto nelle sua lingua vuol dire che raramente porto il cappello e qualche volta -addirittura!- uso una giacca che tocca appena la vita.
Il buffo è che il malannome lo sono preso proprio a Genova. Genova, capite? Dopo aver camminato nella neve milanese alle caviglie e aver sopportato ogni sorta di intemperie, vado a prendermi l’influenza proprio a Genova e perfino con il sole!
Comunque… sono a casa e mi godo la mia famiglia. Ho riconquistato la mia camera e il mio lettuccio che, da quando vivo a Milano, sono diventati territorio di caccia di mia sorella, ma soprattutto ho di nuovo il potere assoluto su telecomando e televisore – posso vedere . Sono tornata insomma ad essere figlia ed è una situazione in cui mi trovo proprio a mio agio. Sto prendendo una boccata di ossigeno dalla mia vita milanese, fatta di un lavoro a tempo determinato, senza sosta e con rinnovi di tre mesi in tre mesi, «Perchè il nuovo amministratore delegato vuole così…», e da una casa in condivisione, senza la sogliola e le patate bollite di mia madre – buone come le fa la mia mamma quando sono malata non le fa nessuno… -. Una vita fatta di tante responsabilità e tanti pensieri che in questi giorni si sono ridimensionati a qualcosa da cui il destino ha deciso di farmi prendere una vacanza.

Ammetto che è una vacanza quantomeno inaspettata e bizzarra, fatta di starnuti da far tremare le pareti, apnee da naso tappato, tosse che rimbomba tra le costole, ma anche di dormite infinite, ore di televisione trash e in particolar modo di una buona dose di coccole casalinghe. Era da molto tempo che non mi godevo i brontolii di mia nonna «Copriti! Vestiti! Fatti un thé bollente che fa bene! Metti qualcosa di caldo sulla testa! Ma a Milano mangi?» e così via. Era da tempo che non riuscivo a passare qualche giorno con mio fratello piccolo, che di anni ne ha 12, e che ogni volta che scendo per un fine settimana mordi e fuggi, alla partenza mi guarda e fa: «Vai via di già?». È che da due anni, da quando la mia vita ha preso la svolta milanese, ho cominciato a correre, correre sì, e pure veloce ma non so bene verso dove… ecco, non so in effetti esattamente dove stia andando. Eppure se guardo indietro di strada ne ho fatta tanta, molto di più dei cento e passa km che dividono Genova da Milano.

Ora sto conigliando, ha ragione Caterina che però aggiunge. «Ma che male c’è?!? Ogni tanto fa bene…». Già, ogni tanto fa bene… Ogni tanto fa bene tirare il fiato, fare il punto, fermarsi a guardare gli altri correre e riprendere un passo più umano, lo stesso passo dei sabato mattina genovesi a fare la spesa con mio padre o dei pomeriggi a zonzo sulla passeggiata di Nervi con il sole in faccia e il mare come sottofondo di qualche chiacchiera. Forse è il ritmo che danno le onde sul bagnasciuga che dà il senso della vita genovese, forse se Milano avesse il suo mare le persone avrebbero ritmi umani. Forse.
Ora scusatemi, mia madre mi ha chiamato: è pronto il pranzo. «Arrivo mamiiii!», non credevo mi piacesse così tanto dirlo.

Cristiana Stradella

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