Donne ricordatevi di essere donne - Magazine

Attualità Magazine Giovedì 12 gennaio 2006

Donne ricordatevi di essere donne

Magazine - Sono donna ogni giorno, ogni giorno insieme a milioni di altre e spesso scopro di riconoscermi solo con una piccola parte del genere e il solo pensiero mi fa rabbia. Penso che il nostro problema, ovvero tutta la questione femminile (diritti, doveri, traguardi raggiunti, nuova immagine e nuove professionalità, maternità, ecc.) giaccia anche in una questione numerica. Quante tra di noi vivono consapevolmente il loro ruolo di donne? Quante dedicano del tempo alla causa comune -dalla discriminazione sul lavoro, alla procreazione assistita, la sessualità, fino agli asili nido e alle relative carenze per le donne che scelgono la maternità e la professione?

Ma per fortuna qualcosa si muove. Certo l’occasione non è felice, ma la scossa che subiamo e la risposta uguale e contraria che produciamo è necessaria e quasi salvifica: usciamo dal silenzio! E forse rischiamo anche la strumentalizzazione (indicata oggi dalla saggista Roberta Tatafiore come motivazione alla sua non adesione alla piazza - Corriere della sera, p. 23).

I recenti attacchi istituzionali alla legge 194/78, “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, hanno generato indignazione in molti, ma anche dimostrato la rinnovata fiducia nell’aggregazione spontanea in un folto gruppo di donne a partire da Milano e, presto, allargatasi (molto grazie al passa parola via internet), a tutta l’Italia. I comitati, il primo dei quali denominato proprio “Usciamo dal silenzio”, sono sorti con spirito assolutamente autonomo a Torino, Bologna, Perugia, Bolzano, e si stanno tutti preparando al grande corteo di sabato 14 a Milano, (alle ore 14 in piazza Duca d’Aosta – Stazione Centrale per muoversi verso il Duomo). In quella giornata una doppia manifestazione - 2 piazze per la libertà, andrà in scena con due poli maggiori, di cui il secondo a Roma focalizzato su un’altra tematica altrettanto attuale i PACS, dal titolo Tutti in PACS (dalle 14.30 in piazza Farnese). Info sul sito www.usciamodalsilenzio.it (da si prevedono due treni, raduno alla stazione Principe tassativamente alle 10.45 non piu tardi). .

I diversi comitati stanno lavorando «affinché le due piazze, che condividono temi importanti come la libertà e la responsabilità di donne e uomini sul terreno della sessualità, della procreazione e delle relazioni, possano dialogare e segnare un significativo momento di mobilitazione comune tra il movimento delle donne, quello gay, lesbico, bisessuale e transessuale e chiunque abbia a cuore le libertà civili», come si legge sul sito www.usciamodalsilenzio.org !.

Roberta Osti, tra le donne del comitato genovese “Usciamo dal silenzio”, interrogata sul gruppo locale, sottolinea la spontaneità della riunione tra donne che, nonostante la partecipazione di piccole e grandi associazioni (tra cui ARCI, CGIL e il gruppo antiviolenza dell’UDI), si è connotata fin dall’inizio come «un’iniziativa che parte dal basso, con tante micro-realtà aggregate, e proprio per questo non si riconosce in nessuna sigla se non nell’affermazione “usciamo dal silenzio”». In un’autoconvocazione individualmente sentita le donne e qualche uomo si sono ritrovati nel corso di questi ultimi mesi (a Genova l'ultima riunione risale a lunedì 9 gennaio, al Cesto, di via dei Giustiniani) per discutere e fare rete, cercando di coinvolgere anche generazioni diverse (al Cesto di Genova Stefania Maschio, della Libreria Artemisia, testimonia: «eravamo quasi tutte trentenni») da quelle delle lotte storiche. È ancora Roberta Osti a far notare però una difficoltà nel coinvolgere e comunicare con le donne più giovani: «Per fortuna nelle nostre riunioni si sono presentate anche ragazze. Hanno però manifestato subito la loro difficoltà anche linguistica nel riconoscersi. Poi ci siamo accordate sulle cose concrete: c’è una legge che funziona la vogliamo salvaguardare. Punto. Il problema resta, perché le giovani non hanno partecipato alle grandi battaglie».

E allora, di nuovo, invoco consapevolezza e una spinta autonoma alla scoperta dell’universo donna e invoco anche un ruolo maggiormente materno e in/formativo da parte delle più anziane e, non solo, respingente e accusatorio verso chi dà molto per scontato. Stefania Maschio (Libreria Artemisia) mi ricorda che esiste a Genova un collettivo femminista di giovannissima costituzione e frequentazione e che la riunione di lunedì 9 non aveva come fine il solo corteo del 14 gennaio, ma è nata con la volontà condivisa di tornare al confronto e al dialogo fra donne, in funzione di una reale autodeterminazione.

Mi metto anch’io tra quelle che agiscono troppo poco, ma a maggior ragione insisto: tutto il problema sta in questa nostra certa remissività e accondiscendenza di cui dovremmo spogliarci definitivamente abbracciando la ricerca quotidiana della consapevolezza. Prendiamo coscienza del nostro essere donne, con tutta la complessità e diversità che questo termina implica. A questo proposito voglio ricordare un incontro recente fissato da parole semplici ma taglienti, con , (una giovane donna iraniana trapiantata a Parigi, autrice di romanzi a fumetti): «Non esiste peggior maschilista della madre che alleva i suoi figli in modo maschilista». Aggiungo: e maschiliste tutte coloro che agiscono nel quotidiano all’ombra di un diffuso fare maschile senza rendersene conto o, peggio, negando il problema.
Consapevolezza, invoco. Consapevolezza per ritrovarci e essere più solidali tra noi e quindi efficaci anche a livello numerico.

Quindi accogliamo e accarezziamo le nuove leve e non guardiamole con sospetto. Ricordo ancora il mio primo incontro con una storica femminista a cui dissi: «Non so se sono femminista». Lei aggressiva, alzò la voce: «Certo che lo sei, solo per il fatto che sei donna e ti avvali di diritti per i quali noi abbiamo lottato in prima persona». Sì certo, ma quei tempi sono ormai lontani e per qualcuno lontanissimi e bui e poi dopo quello, di femminismi ce ne sono stati altri e ancora la letteratura in merito langue e il fare quotidiano dimentica.

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