Franceschi: grande autore‑attore - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Corte Mercoledì 11 gennaio 2006

Franceschi: grande autore‑attore

In alto Vittorio Franceschi, nei panni del protagonista Vanni, ma anche autore del testo teatrale; in basso da sinistra Laura Curino, V. Franceschi e Laura Gambarin


A teatro per vedere la prova di due attori, scopro un testo convincente e stiloso, italiano e contemporaneo: la rivelazione è una di quelle che da tempo avevo scordato. È quel piacere inguaribile per la parola non retorica, né compiaciuta, ma tagliata a filo sul genere, che raramente si incontra.

Applausi quindi per di , in scena al Teatro della Corte, fino a domenica 15 gennaio. Applausi per l’interpretazione dell’autore nel ruolo del protagonista Giovanni o Vanni. Applausi per la brava Laura Curino che conferma il suo talento in un ruolo costretto di casalinga -seppure affatto stereotipato. E applausi anche per Laura Gambarin che, forse sfruttando la relazione attoriale tra lei e il talento-Franceschi, tiene bene la parte della studentessa innamorata del professore e si associa ai suoi colleghi di scena per una recitazione composta, priva di facili appoggi, densa di toni e mai retorica. Applausi per una scena suggestiva, ma non astratta (di Matteo Soltanto), che lavora sul grigio dei pannelli della stanza dandogli un rilievo da radici e usa una libreria fitta fitta di volumi come sfondo. Applausi anche per luci (Paolo Mazzi) nette e decise, che giocano molto sulle ombre, mettendo in scena anche chi ne è fuori, sottolineando spesso il ruolo di servizio della sorella Rosa. Applausi per l’esordio alla regia di Alessandro D’Alatri che veicola il suo entusiasmo (espresso nelle sue note di regia) e non scambia il teatro per il cinema, ma sfrutta tutto il potere della recitazione dal vivo. E ci regala attimi di un piacevole trasporto per una storia - sentimento più comune di fronte a un film. Applausi.

Botanica. Vita umana. Malattia degenerativa. Amore. Morte. Sono le parole chiave della tragicommedia di Franceschi, incentrata sulle ultime giornate di un professore universitario di botanica, colpito da una malattia degenerativa. Il tema è quello di stringente attualità dell’eutanasia, che occupa le cronache a livello mondiale e ultimamente affolla le sale (ricordiamo pellicole dai brillanti risultati come Le invasioni barbariche e più di recente l'egregio Mare dentro): ora che la nostra vita si è fatta più lunga, il problema da risolvere sembra quello della morte. Ovvero come ottenerla se la malattia che ci ha colpito è incurabile e degenerativa, con un calvario lento e doloroso come avvenire.

A teatro, già in sedia a rotelle, Vanni è accudito dalla sorella Rosa (Laura Curino), spaventato da ciò che gli accade e dalla morte, fa esercizi per la memoria recitando i nomi delle piante: «Azara microphylla. Parrotia persica. Liriodendron tulipifera. Salix babylonica. Daphne Giovannina del Borneo». Ma il suo pensiero è tutto teso a come chiedere la morte, prima che sia troppo tardi, a chi lo ama: la giovane studentessa di botanica che gli sta accanto, per ultimare un libro; che lo ama e lui vergognosamente (per via dell'età) contraccambia. E per chiudere il cerchio, la morte Vanni vuole raggiungerla attraverso la pianta sconosciuta, da lui scoperta e denominata: Daphne Giovannina del Borneo.

Senza sminuire la portata intera del testo, una battuta racchiude tutto il senso di questo dramma cinico e pieno di vita, nonostante le urgenti prospettive di morte: «Chi parla di stato vegetale non conosce le piante». È lo stesso Giovanni o Vanni a pronunciarla, anticipando il monologo con cui chiederà la morte: un lucido approfondimento sul vivere in stato di infermità totale, torturati da tubi e tubicini, mentre ad uno ad uno i sensi vengono meno: «Sarò nutrito artificialmente, anche col succo d’ananas che non mi è mai piaciuto. Capirò tutto ma non potrò parlare...non potrò oppormi alla violenza dei dottori. Dalla rabbia mi metterò a piangere e il primario dirà congiuntivite, così cinque volte al giorno mi metteranno un collirio che mi brucerà da morire. Subito dopo perderò l’udito. Comincerò a vagare in un limbo silenzioso...Poi perderò anche la vista e allora il povero vegetale pieno di linfa inespressa...Poi smetteranno di guardarmi, guarderanno solo la macchina alla quale sarò collegato, per capire se il mio cuore, i miei reni e il mio fegato stanno reggendo alle terapie».

Questo testo teatrale porta nuova linfa alla parola italiana sulla scena, ricordando che l’ironia delle battute non giace solo in facili e consumate spiritosaggini, volgarità, sproloqui o piccole sciocchellerie, ma entra nel discorso attraverso un sapiente lavoro di riscrittura dell'oralità e l'accorta costruzione di un ritmo che già sulla pagina sappia creare quel gioco di rimbalzo tra interpreti. Certo poi la tonalità e le qualità attoriali possono aggiungere spessore, ma un buon canovaccio accellera il potenziale alla base di una buona rappresentazione, che in questo caso non lesina di talenti sugli altri aspetti della spettacolarità.

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