L'insistenza della vita - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Tosse Martedì 10 gennaio 2006

L'insistenza della vita

In alto Roberto Serpi, anti-eroe della pièce; in basso Claudia Lawrence nel ruolo della padrona di casa

Magazine - Si gioca con il dentro e il fuori scena, con il sipario chiuso e aperto.
Si gioca a fare finta che siamo parte di quel backstage che sempre alletta la curiosità dello spettatore, nel brillante avvio di Il Solitario, ovvero che inenarrabile casino di Eugène Ionesco, per la regia di Emanuele Conte, al Teatro della Tosse, fino al 21 gennaio.

Si gioca con buffi personaggi, macchiette o maschere degne della commedia dell’arte a partire dal padrone della ditta (Bruno Cereseto), attraverso l’impiegato invidioso (un ottimo Edoardo Ribatto che ricorda alcune stilizzazioni del regista ) quello politicizzato ma inetto (Antonio Zavatteri), la vecchina padrona di casa (Claudia Lawrence), il russo, la vicina con il cagnolino (Susanna Gozzetti), la cameriera/fidanzata (una trasognata Alessia Donadio) e la portinaia (Veronica Rocca sempre troppo di fretta), tutti profondamente logorroici. Unico, quasi muto e a lungo si è tratti a pensarlo tale vista l’assenza di battute, il protagonista senza nome, senza azioni, senza passato, senza storia, senza desideri, ma non senza denaro il Personaggio (interpretato con goffaggine fin troppo moderata e grandi occhi increduli da Roberto Serpi).

Tutto sta dentro una trama precisa, (che di assurdo non ha proprio niente): il Personaggio eredita una grossa somma da uno zio d’America. Lascia quindi il lavoro, cerca una casa in periferia e soprattutto cerca di ritirarsi dalla vita. Ma ha fatto male i conti. Gli altri (vedi sopra) là fuori nel mondo sono lì pronti a impedirglielo: millantando amore, simpatia, attrazione o profferendosi in servizievoli faccende. Perché? Ma è ovvio, o almeno lo è beckettianamente. Per costringere anche lui alla condanna della nascita a cui segue la vita. Per vendicarsi delle loro stesse misere esistenze che sono costretti a sorbirsi.

Il risultato è un carosello continuo e inarrestabile di monologhi che il povero malcapitato è impossibilitato a interrompere o ad evitare. Inizialmente lo colgono, sul proscenio a sipario chiuso (forse in una sua ultima visita in ditta), i suoi ex-colleghi che prima ne dicono peste e corna e dopo cercano di benvolerserlo per via della sua nuova ricchezza. Poi, nella seconda parte, il Personaggio è messo sotto assedio proprio tra le mura della sua nuova abitazione, un appartamento in condominio, che diventa la scena di un vero e proprio attacco senza tregue, perpetrato dai premurosi quanto ossessivi vicini, (si gusta qui un anticipo tematico, peraltro scritto solo 2 anni prima, del sofisticato Il Condominio, High Rise, romanzo dell'inglese J.G. Ballard del 1975).

Resta tuttavia una domanda, forse puerile, ma pur sempre lecita. Perché mettere in scena l’unico testo non teatrale di Ionesco? Perché costringere gli attori in lunghissime tirate, a volte dette troppo speditamente forse proprio per superarne l’ingombro? Perché cercare l’assurdo di Ionesco in un testo di letteratura che non più degli altri, anzi forse decisamente meno, lo contiene? Finisce che, seppure lo spettacolo è ben costruito e gli intepreti ce la mettono tutta, sembra di essere catapultati indietro nel tempo di fronte ad un lavoro ottocentesco, dove ogni ruolo coincide con un lunghissimo monologo, mentre invece è Ionesco? quello che stiamo ascoltando?

Come scrive Ionesco in questo suo testo letterario (romanzo e non teatro): «Qui est le plus sage? Celui qui accepte tout ou celui qui a décidé de ne rien accepter? La résignation est-elle une sagesse?».

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