Magazine Lunedì 2 gennaio 2006

Happy Hour con delitto

Il coperchio di un ambiente patinato e lustro come quello della Milano da bere viene scoperchiato: ne esce una storia torbida e perversa, fatta di collezionismo, feticismo, sesso e ossessione. Con Happy hour (Mursia, 192 p., 2005), Elisabetta Bucciarelli riprende alcuni temi dell’American Psycho di Bret Easton Ellis e li condisce in salsa italiana.

C’è una città in cui le pubbliche relazioni e l’apparenza la fanno da padrone; c’è una tradizione - l’happy hour all'ora dell'aperitivo - che nessuno si fa mancare, magari per fare un incontro inaspettato in un momento di crisi; c’è un bel barista che ammicca; poi c’è una notte di fuoco, filmini a luci rosse, collezionisti d’arte contemporanea, due ragazze morte.
L’ispettore Vergani, la solida e sarcastica detective protagonista di questa vicenda, cerca di mettere insieme i pezzi di un duplice omicidio molto particolare. L’autore del delitto ha tutta l’aria di essere un killer seriale, a cui piacciono le rosse di capelli con l’apparecchio ai denti.

Un caso non facile, per affrontarlo l’ispettore dovrà fare i conti con i sospetti, ma soprattutto con i suoi pregiudizi. Ogni accusa avventata può cadere nel vuoto. In effetti, la trafila dei sospetti allunga sempre di più, e quando sembra di essere arrivati all’ultimo anello della catena, ne spunta fuori un altro.
Fa da sottofondo a tutta la storia il mondo dell’arte, più precisamente dell’arte contemporanea. Attraverso loschi collezionisti e sinceri amanti dell’arte, installazioni e quadri diventano co-protagonisti del romanzo. E alla fine la soluzione si troverà proprio in un’opera.

Ritmato, con molti dialoghi diretti e le descrizioni lasciate ai pensieri della Vergani, Happy Hour si fa concreto con lo scorrere delle pagine. La trafila dei possibili colpevoli, tutti molto credibili, tiene sul filo del rasoio. La scrittura riprende quella parlata e a tratti ne stigmatizza gli eccessi, slang modaiolo.
Non c’è che dire, il genere noir ha sempre qualche cartuccia pronta da sparare. Happy Hour ne è ultimo esempio.
di Daniele Miggino

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