Magazine Mercoledì 28 dicembre 2005

Menegu non suona più

Il leudo, ancorato alla riva di Lavagna, rollava quietamente sul mormorio della risacca in quella notte del giugno 1889.
Da Levante pian piano la notte si stemperava nei primi chiarori del giorno e l'aria si faceva più fresca.
Sarebbe stata una buona giornata, limpida e con il vento giusto. Così, guardando il cielo, pensava padron Arata.
Presto sarebbero arrivate alla spiaggia le donne dei cavatori, tenendo in equilibrio sulla testa le pesanti lastre di ardesia. E lui, allora, avrebbe completato il carico e fatto vela verso ponente.

Con la velocità che soltanto le tragedie hanno quando irrompono nella vita degli uomini si propagò la voce che lassù, nella cava di Santa Giulia c'era stato un crollo.
Il frinire delle cicale era assordante in quel giugno del 1889.
Il sole, alto nel cielo, trapassava il fogliame del bosco e raggi di pulviscolo dorato illuminavano l'entrata della cava.
Fuori, nello spiazzo antistante, piccoli gruppi di donne con gli occhi smarriti si stringevano l'una all'altra e stropicciavano con le mani, in un movimento come di chi sgrana i grani di un rosario, l'orlo dei lunghi grembiuli neri, mormorando a fil di labbra mute preghiere.
Gli uomini, quelli scampati al crollo, spiegavano a fatica, ai primi soccorritori che erano arrivati dai paesi del fondo valle, come la volta avesse ceduto sotto la pressione di una vena d'acqua. Erano settimane che scorreva sulle pareti in rapidi rivoli.

All'interno, la luce delle torce illuminava la galleria scavata nel filone d'ardesia.
Sulle pareti, fittamente incise dai colpi di piccone, danzavano le ombre dei soccorritori, ora lunghe ora rattrappite, e il silenzio, nero, profondo, era rotto dai pesanti scarponi sulle schegge d'ardesia del pavimento.
A tratti sembrava di sentire un brontolio sommesso, lontano, come di tuono, ma continuo, incessante. «Il tamburo», sussurrò uno dei soccorritori fermandosi repentinamente e piegando il capo in avanti, verso il buio. «Si, è il tamburo» mormorarono gli altri con un filo di voce, quasi temendo che parlando a voce alta, il tamburo cessasse, come un cuore che si ferma.

Menegu, Domenico, così aveva voluto chiamarlo sua madre affinché quel nome dedicato al Signore, fosse di buon augurio e gli risparmiasse un vita faticosa e stentata.
E così, Menegu, lo chiamavano i grandi, quelli che lavoravano a scavar lastre di ardesia seguendo l'andamento del deposito di finissimo limo, che spinte ed immani pressioni avevano trasformato in quella roccia forte e tenera, che si sfoglia come il libro del tempo.
Domenico, Menegu, era il giovane della cava, u garzunettu, ce n'era uno in ogni squadra di cavatori. Era lui che portava l'acqua, e gli attrezzi ed era lui che aveva in custodia il tamburo sul quale bisognava picchiare con la forza della disperazione e della speranza, quando si rimaneva intrappolati nel fondo della terra.
Il tamburo di Domenico battè ancora per dieci giorni il quel giugno del 1889. Poi si fermò.

Sandro Battini
di Annamaria Giuliani

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