Magazine Mercoledì 28 dicembre 2005

A cena con Lolita

Da in avanti, il romanzo moderno, che rifiuta il mito in quanto privo di necessità ermeneutiche, col mito deve fare i conti: e se non sono miti saranno, con e almeno idealtipi.
Di recenti, però, ce ne sono pochissimi. Peter Pan, su cui tutti sembrano d’accordo, con molta generosità e poi, quasi certamente, Lolita.
A cena con Lolita è appunto il primo romanzo di Eva Clesis (12 Eu) pubblicato a Bologna da Pendragon in una collana di narrativa diretta dall’ex avanguardista del '63 (il Novecentosessantatré, non il secolo prima, masnadieri che non siete altro!) e viziato da una tremenda copertina .
A differenza del càllido redattore del capo d’opera , Eva Clesis è però una ragazza sul serio, ha collaborato a riviste importanti ( , Nuova Prosa di e racconta le cose dalla parte delle .
Le cose raccontate in questo volume sono, in particolare, l’educazione e la crescita erotica di una donna, a partire dai suoi 4 anni fino al tempo dell’università. Meglio però scansare gli equivoci. Qui non c’è nessun giochetto sul tema, oggi di nuovo in voga, della .

Arrivata in città per studiare giurisprudenza dopo un’adolescenza di ordinaria turbolenza, la protagonista mette ben sì in commercio il suo corpo e quindi, col mai abbastanza rimpianto , lo (questo passaggio ipercolto è un omaggio al mio e vostro grande amico, il preside e presentatore di qualsiasi Tenco , l’unico intellettuale comunista che parli l’attico meglio di buonanima.
Se non che tutto il suo comportamento, ivi comprese la bulimìa e l’occasionale passione per le ragazze, sono parte di una ricerca del sacro. Non per niente, in principio e conclusione del romanzo, torna questa formula: «sono allergica a tutte le feste, ne detesto persino l’idea» (due magnifici decasillabi, tra l’altro: Eva Clesis conserva memoria del sacro nella poesia italiana).
La ragazza di Bari ha tuttavia a sua disposizione una cultura visiva non comune – la costruzione delle scene è di taglio senz’altro cinematografico e ci sono richiami diretti, come quello agli , con una , allora bellissima.

Giova al romanzo anche una scrittura forte, quando non senz’altro violenta. Nessuna pietà particolare per i fatti e le persone raccontati, un disprezzo patetico verso gli uomini che comperano, non importa a quale prezzo, le ragazze, soprattutto nessuna morale e un finale aperto. A carico, invece, qualche luogo comune (un esempio solo: la protagonista fa la modella per pittori di nudo. Si è già letto e non convince, peccato) e una sintassi che, se a volte è periclitante con grazia, altre volte rende complessa l’intelligenza del discorso. Inoltre, e in conclusione, qualche difficoltà nella chiusura dei capitoli (10, compreso l’epilogo, in buona parte superfluo).
Ma il romanzo mantiene assai più di quel che promette e ora si attende la Clesis alla difficile . E se questo non vi basti, cari i miei lettori ingordi, sappiate che di questo ha scritto bene addirittura .

Giovanni Choukhadarian
di Annamaria Giuliani

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