Magazine Martedì 27 dicembre 2005

Una storia d’amore

La pianta sul comodino è una stella di natale. Era stata il regalo della figlia per la cena della vigilia, quando era arrivata tardi, gli occhi gonfi di sale; il padre aveva chiesto di averla accanto, quando era stato ricoverato, l’anno appena nuovo. Gli dovevano togliere la stanchezza dai polmoni.
In ospedale fa troppo caldo, per una stella: l’infermiera lascia una bottiglia d’acqua ogni giorno apposta per lei, ma le foglie cadono lo stesso sul piano di plastica, umide subito e poi secche; la moglie le toglie, più che tristi le sembrano sbagliate.
Papà - anche lei chiama così il marito, certo, ma non saprebbe dire quando ha cominciato a farlo – è sempre stato un sentimentale, pensa, con un sorriso che nessuno a parte lui saprebbe dove cercare, mentre cambia pagina al giornale aperto sulle ginocchia di lui, e riprende a raccontargli le cose.
Quando lui era più giovane ne hanno avute eccome di conversazioni sulla rosa dei venti della vita.

La figlia arriva ogni giorno, appena divincolata dagli imbrogli quotidiani. Dopo due settimane, il padre sta bene: i primi giorni lei aveva la paura nello stomaco, irriducibile, i conati in gola come frammenti di una canzone persa. Lei si sforzava, però: la sua risata per il padre è come lana.
Adesso è più facile, e lei continua, e si trattiene ore. Ha 35 anni, ed un radicato bisogno di sentirsi utile a qualcuno. Questa emozione si rischia di non provarla mai, e si rimane tronchi, sbilanciati sull’orrido del senso della vita. Poi non ha mai fretta di tornare a casa.
A volte il padre si appisola, e lei mangia tavolette di cioccolato. Si lascia rotolare in bocca le nocciole intere, e pensa.
Suo marito che la lascia andare e la riprende. Lui ha saputo mantenersi i denti bianchi, questo sì, e poi è sempre in grado di fare dichiarazioni impressionanti, ma soprattutto ha capito che, no, la gentilezza non paga. Lei alla fine morde la nocciola, amara.
In qualche modo, deve pure entrarci, amore.

Hanno portato un giovane uomo, a fianco del padre. Ha fatto un incidente, gran parte del suo fiato è rimasto sulla strada, ed è grave. Molto. Il disastro gli ha lasciato l’impronta addosso, e la sua postazione è ingombra di apparecchi che lo trattengono: la sua vita è elettrica.
Sua moglie è arrivata poco dopo, le hanno ingessato un polso. Forse erano usciti a cena; lei ha un vestito che, si vede, le c’è voluto tempo per decidersi.
Rimane seduta, la mano salva aperta sul letto, le vene cariche di attesa; si guarda la mano per ore, quasi fosse una mappa, e poi guarda lui. Tre giorni. La ragazza le ha dato cotone per togliere il trucco, infranto dal pianto e comunque dimenticato.

La giovane moglie non si è più mossa. Persino la sua vescica trattiene il fiato. Di notte appoggia la fronte al cuscino e parla al compagno, come accade quando dormire è un disturbo che ruba tempo all’amore di due.
Di giorno rimane diritta, il profilo ripido che piace a lui, continua a parlare e gli liscia le sopracciglia che il sudore arriccia. I medici a volte lo portano via, e lei sembra fermarsi, meravigliata.
Lui sta morendo. Lui lo sa, un giorno pretende di essere messo seduto, per abbracciare e stringere sua moglie come un uomo vivo fa. I suoi occhi sono placati ma pieni, e la figlia vede le unghie della sua mano sbiancare contro la schiena della ragazza, ma le dita sollevarsi, poi, e seguire le vertebre di lei, prese come le dita di un musicista: è un gesto dedicato, il ragazzo sta facendo l’amore.
Tenere qualcuno tra le braccia come si deve, è una cosa che ne vale la pena. Vita, è dedicarsi.
Il ragazzo muore, all’ospedale di Piacenza; è pomeriggio, è gennaio, e gli inservienti cominceranno a minuti a servire la cena.

La ragazza esce in corridoio, appoggia i gomiti alla balaustra, compone il numero del marito, racconta. «Brutta storia, sì», risponde, «a proposito, farò tardi stasera, ho il calcetto, è la finale, mi chiamano, ciao».
Salgono e scendono, sulle scale sotto, quelli che hanno qualcuno dentro. Biancheria di ricambio, giornali, passi lenti di fine giorno. La ragazza è sola. Come la vedova di legno verde lì nella stanza, decapitata ma persuasa di amore. Tornando a casa, si ferma a comprare un mazzo di rose rosse, da consegnare subito a quel numero di letto, ed un film in cassetta, che si augura sia stupido abbastanza.

Sapete una cosa? Se ce la raccontano giusta, Wittgenstein ha voluto dire, appena prima di morire: dite a quelli che ho avuto una gran bella vita.
Come quel giovane uomo, mi piace pensare, morto amando.

Matteo Labati
di Annamaria Giuliani

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