L'importanza del segno - Magazine

Attualità Magazine Giovedì 15 dicembre 2005

L'importanza del segno

Magazine - Quarto appuntamento con la rubrica di Marco Romei, che torna a mentelocale.it ogni terzo giovedì del mese. Chi si fosse perso i primi incontri si legga le con il filosofo del linguaggio Carlo Marletti, con il musicista Saam Schlamminger e con il fisico russo Andrei Varlamov. Buona lettura.

Marco questa volta ha incontrato Raffaele Perrotta, ricercatore del segno, docente di metodologia e critica dello spettacolo alla Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Genova. Ecco cosa è emerso.

MR «Raffaele, viviamo solo per scoprire la bellezza: il resto è una forma di attesa?».
RP «La bellezza appartiene al mondo e quindi alla storia, alle categorie filosofiche che decretano ciò che è bello e ciò che non lo è. Noi assistiamo alle oscillazioni del gusto con il trascorrere del tempo: nel 1500 Pietro Bembo, il fondatore dell’Accademia della Crusca, negava il valore di Dante e Voltaire, definiva barbari sia Dante che Shakespeare, perché lui era per la chiarezza, per la luce della ragione».
Poi Dante è stato rivalutato nell’Ottocento, e così via.

MR «Può l’arte, in genere, produrre una nuova sensibilità nella nostra società?»
RP «Gli artisti esistono, ma qui e ora, nel nostro mondo circostante, è la comunicazione di massa della televisione che determina il gusto, la sensibilità, l’esteticità, la coscienza. La televisione è il moderno ipse dixit. La coscienza ha a che fare con la produzione culturale: tu hai coscienza nella misura in cui hai cultura, è la cultura che dirige la coscienza, non viceversa. L’arte ha una funzione degna della monacalità: bisogna ritirarsi oppure, visto che parlo con te, stare “fra le nuvole” secondo l'oleografia antica del poeta con la testa fra le nuvole, oppure rinchiudersi nel proprio studiolo e mettere il proprio papiro, il proprio quadro, il proprio segno dentro una bottiglia, affidarlo all’oceano e ad posteros».

MR «La vita ha un copione scritto o si procede a soggetto?»
RP «La vita come sua biologicità, come logica del bìos, logica della vita, è un grande soggetto vivente e quindi iniziatico: in quanto tale si inizia, è un cominciamento che è sempre un ri-cominciamento».
MR «Bisogna agire per necessità o per libertà?»
RP «Questo lo diceva già il vecchio Lenin, che ormai è demodé».
MR «Ah sì? Non voleva essere una citazione».
RP «Il regno della necessità è la borghesia, il regno del proletariato è quello che contrasta il retaggio borghese, il regno della libertà in quanto tale è il comunismo».

MR «Sì, ma a parte la lettura comunista? Secondo te?»
RP «La necessità dovrebbe essere caratterizzata soltanto dalle funzioni fisiologiche.
Lo scenario della libertà, il teatro della libertà è l’opera d’arte, perché l’artista, in tutte le sue varie espressioni, non è compromesso con niente e con nessuno. Quando io sono davanti alla tela, quando sono in scena, sono io che recito i Sei personaggi. Non c’è nemmeno Pirandello con il quale io mi devo compromettere. Se esiste un copione, un codice, sono elementi di cui mi avvalgo per liberarmi e per liberare una minima parte di quella foresta di alberi genealogici che sono dentro di me e che si chiamano Mozart, Napoleone, Dio; sono dentro di me i millenni e solo attraverso l’opera d’arte si riescono ad esprimere, perché lunga è l’arte e breve la vita!»

MR «Si racconta una storia o si racconta se stessi?»
RP «L’uno e l’altro. Ma dominante, perché è il fondale ed è lo sfondo, è il linguaggio. Non interessa il tema. Interessa il sema. Il segno. Macluhan lo aveva detto che il messaggio è nel medium, nel mezzo, questo è fondamentale.
L’opera d’arte ha stile, non è una riproduzione in serie: un musicista può allungare le note, l’Amleto - vedi Carmelo Bene - può essere il “la”, la suggestione per un “nuovo” Amleto; trasformando i registri stilistici variano i rapporti fra l’opera e il fruitore, il lettore, l’ascoltatore. Il linguaggio è importante, e vorrei spezzare una lancia in favore del segno verbale. Cosa ha in più il linguaggio verbale rispetto a tutti gli altri linguaggi extraverbali? La possibilità di concettualizzare, di darti il concetto di bene e di male, di amore e odio. L’idea fatta carne attraverso il segno linguistico verbale, capace di parlare dell’invisibile, della morte, ma anche di Dio, cioè dell'entità più metafisica, più astratta che possa sussistere nella esperienza mentale e linguistica della forma mentis dell’uomo. È il linguaggio che ha fondato la teologia, questa logìa, parlare di Dio».



è il drammaturgo del . Ha scritto anche per la radio e per il cinema. È sempre molto indaffarato a essere pigro.

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