Boris Vian e la commedia dell'arte - Magazine

Teatro Magazine Teatro Duse Mercoledì 14 dicembre 2005

Boris Vian e la commedia dell'arte

Nelle immagini alcuni momenti dello spettacolo

Magazine - Se le immagini vi parlano come hanno parlato a me, lasciatevi semplicemente guidare, non ne sarete delusi.
Quello che va in scena è Generali a Merenda (Le Goûter des généraux) di Boris Vian (tradotto da Massimo Castri) e sa di surrealismo, di clownerie, di Puppenspiel, di circo, di farsa e di satira politica davvero bien faite, perché poggia sulla più illustre e antica tradizione teatrale che possiamo vantare, la commedia dell’arte, (fino al 18 dicembre al Duse). È infatti una coproduzione de la compagnia I Fratellini e del Metastasio Stabile della Toscana.
In una stanza rotonda che ricorda la pista circense, ma a tratti anche la giostra, sono colti i tipi/tipacci, ufficiali di alto rango, nella loro più alta stupideria. Mentre consumano le loro merendine, passano con nonchalanche dai pasticcini alla guerra, indetta e voluta da un presidente del consiglio -ancora meno accorto, ma certo più bieco- (interpretato da Lino Spadaro: un misto tra il Chaplin de Il grande dittatore e il Ridolini di Larry Semon), per paradossali ragioni di esagerato equilibrio, «sovrapproduzione» e quindi poca capacità di manovra politica.

Guerra sì, ma contro chi? Nessuno lo sa. Alla corte del generale James Audubon Wilson de la Pétardière-Frenouillou (egregiamente condotto da Marcello Bartoli tra i toni dell’infantilità e un’autorevolezza di bassa lega) vengono convocati rappresentanti mondiali: dalla Russia, dalla Cina e dall’America. Quando nessuno si candida volontario per fare il nemico, il gioco lo prende in mano il cinese che, con fare schivo, suggerisce l’Africa. All’unanimità.

Tutto avviene sotto il controllo della figura materna, Madame de la Pétardière (di Dino Cantarelli), madre del generale Audubon Wilson, assisa su un enorme trono-sedia-a-rotelle che tratta il figlio come un mocciosetto e gli nega o concede la merenda di cui il povero va ghiotto: quotidiana castrazione che depreca e vorrebbe limitare anche le amicizie del figliolo.
I compagni di merende nonché alti ufficiali, ma poi anche il cardinale e il presidente del consiglio altro non sono che maschietti cresciuti nel corpo, ma non abbastanza per essere in grado di assumersi alcuna responsabilità; gelosi l’uno dell’altro e poco inclini alle carestie, alle scomodità e all’azione della guerra. Vestiti di maschere (di Graziano Gregori), oltre che di costumi, allusioni ai fasti napoleonici (di Carla Teti), danzando su musiche anni '30 (Germano Mazzocchetti), gli attori si crogiolano lungo un copione che, tutt’altro che canovaccio, ha la vivacità e la forza di un testo di satira scritto ieri l’altro. Grazie : talento multiforme e inesauribile, troppo presto perduto.
Ma è pur vero che anche senza battute, gli interpreti (ottimamente orchestrati dalla regia di Massimo Luconi) sanno creare un ritmo avvicente, siparietti esilaranti, nonché una sfilata imperdibile di idioti e idiozie perfettamente confezionate e arricchite da alcune macchine-giocattolo dalle fattezze animali, che danno un tocco degno di un Luna Park.

Peccato che il pubblico, un tantino scarso nel numero, resti troppo debole e non risponda ad una sollecitazione che vorrebbe sentir scrosciare risate e appalusi assieme, in una girandola di corrispondenze e reazioni immediate alle varie gag.

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