Magazine Lunedì 12 dicembre 2005

Verso l'immortalità?

Nella foto la copertina del libro
Il sogno degli alchimisti. Il dono distintivo degli dei. L’utopia suprema. L'immortalità.
Confidando ora nelle promesse della fede, ora in quelle della scienza, l’uomo continua a rifiutarsi di morire, almeno da quando, nel corso del suo cammino evolutivo, ha maturato la consapevolezza dell’inevitabile fine della propria vita. Perché “l’idea del totale annientamento del proprio Io è fra tutte le evidenze, almeno in certi momenti, la più difficile da accettare”.
Sono parole tratte dall’introduzione di Verso l’immortalità? di e Galeazzo Sciarretta, un testo in cui si fa il punto sulle conoscenze ad oggi acquisite dalle moderne scienze biologiche, per gettare uno sguardo sulle prospettive più o meno immediate di prolungamento della vita umana. Anche un modo per esorcizzare la paura? «A me della morte non importa nulla», dice lo stesso professor Boncinelli, «ritengo semplicemente che non faccia parte della vita. A meno che non si passi tutto il tempo a pensarci, certo. Ma per molte persone più che di paura di morire parlerei di paura di vivere…».

Ma quali sono le strade verso la “vita eterna” che lo stato attuale dei progressi scientifici sembra suggerire?
Innanzitutto va sottolineato che «parlare di un'immortalità di decine di migliaia di anni non avrebbe alcun senso, non essendo assolutamente predicibili forme di vita e di conoscenza in un futuro così lontano». Essa va dunque riportata nei limiti di archi di tempo certo non infiniti e nemmeno cosmologici. In questo contesto le strade possibili sono quattro.

La prima, e più ovvia, concerne la prevenzione e la cura delle malattie. Potrebbe sembrare il meno, ma è in questo modo che l’aspettativa di vita nei paesi industrializzati è raddoppiata nel giro di un secolo. Oggi gli uomini vivono mediamente 76 anni, le donne 83, numeri che poche generazioni orsono apparivano lontanissimi. E tutt’ora la vita media aumenta di un trimestre all’anno. «Sul fatto che si arriverà ad una vita media intorno ai 120 anni non ci sono molti dubbi», sottolinea Boncinelli. «Intanto chi oggi è adolescente probabilmente arriverà a 100 anni».
Se tuttavia esistono ancora margini di miglioramento, guadagnare altro tempo sarà via via sempre più difficile. Su tutti gli organismi pluricellulari incombe infatti «la maledizione genetica dell’invecchiamento, una bomba ad orologeria nascosta nel genoma che influisce sul processo di rigenerazione cellulare, facendo sì che le nuove cellule nascano con caratteristiche progressivamente peggiori delle madri».

Il che ci porta alla seconda strada per l’immortalità. Perché infatti talune specie viventi dispongono soltanto di poche ore di vita mentre altre addirittura di secoli? La risposta è contenuta nel rispettivo DNA, che presiede i processi cellulari coinvolti nell’invecchiamento. E sebbene la manipolazione dei geni sia ancora una tecnica ai primi passi in un futuro non così distante, potrebbe essere l’arma principale per prolungare la giovinezza di un essere umano: «In questo modo sembra una possibilità concreta quella di arrivare a una vita media tra i due e i trecento anni».

La terza strada chiama ancora in causa le biotecnologie. Stiamo parlando delle tecniche di trapianto: il miglioramento qualitativo e quantitativo di queste è continuo e molto scalpore hanno suscitato di recente, ad esempio, i primi trapianti di mano e di faccia. Immaginiamo tuttavia che un giorno si arrivi al trapianto di testa: quale identità attribuire al nuovo essere? Quella di colui che donò il corpo o quella di colui cui la testa appartiene?

L’ultimo quesito coinvolge un’altra questione decisiva: ove risiede l’origine dell’identità di un essere umano? La risposta più ovvia sembra essere: nel suo Io cosciente. Ovvero nella sua capacità di relazionarsi bidirezionalmente con l’esterno, nella sua emozionalità, nei suoi ricordi. Le odierne neuroscienze attribuiscono questo genere di fenomeni cognitivi all’organizzazione e all’attività sinaptica del sistema nervoso centrale dell’uomo, nonché alle sue interazioni con altre funzionalità biologiche. Accettata tale ipotesi ne discendono interessanti possibilità di prolungare, «anche per durate temporali di cui nemmeno siamo in grado di concepire l’estensione», integrità e operatività del nostro Io cosciente. Ecco la quarta strada.

Ma se davvero si arrivasse ad alzare la vita media di oltre duecento anni le conseguenze socio-economiche per il nostro mondo non sarebbero tremende? In questo senso la scienza non dovrebbe sentirsi responsabilizzata rispetto alle strade che decide di percorrere??
«L’ambito delle scelte non riguarda la scienza. Essa si limita a mostrare le possibilità, poi spetta alla società prendere le decisioni. E queste non mi spaventano affatto. L’unica cosa che mi spaventa è l’ammasso di cervelli che di fronte alle novità sanno solo dire no».
di Giorgio Viaro

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