Per la prima volta in Brasile - Magazine

Attualità Magazine Lunedì 12 dicembre 2005

Per la prima volta in Brasile

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Finalmente in Brasile! Ho da poco tagliato il traguardo dei quarant’anni (chissà poi che traguardo) e più della metà li ho spesi in giro per il mondo. Sono stato nella taiga siberiana e nelle foreste del Borneo, nel deserto algerino e nelle distese ghiacciate dell’Alaska; ho frequentato i bordelli del sudest asiatico e ho dormito nei monasteri tibetani. Ho cenato al duecentesimo piano di un grattacielo di Kuala Lampur e mi sono smarrito nei dedali di viuzze di Bombay. Ho fatto surf nella baia di Sidney e ho sparato a stormi di anatre nel nord della Scozia.
Ho fatto ore di coda in Piazza San Pietro nello Stato Vaticano per vedere affacciare alla finestra il Papa polacco e ho passato un intero mese sopra una piattaforma petrolifera nel mare del nord. Ho più ore di volo io da passeggero, che un pilota alle soglie della pensione e, nonostante tutto ciò, non avevo mai messo piede in territorio brasiliano. In realtà, qualche anno addietro, l’aereo che da Madrid mi stava portando a Buenos Ayres fece uno scalo tecnico a San Paolo, ma ovviamente nemmeno mi fecero scendere.

Il Brasile ha sempre suscitato in me, come del resto in altri milioni di persone, un fascino particolare: pensi al Brasile e, inevitabilmente, pensi alle spiagge dorate, alle belle donne, al samba. Nemmeno fosse l’unico Paese bagnato dal mare e popolato da splendide ragazze (temo di trovarne anche di impresentabili, sarebbe più che logico), nemmeno fosse l’unico Paese dove sia lecito ballare. Eppure la sensazione che un’atmosfera magica aleggi su questa repubblica di 175 milioni di abitanti persiste, anche se diventa complicato raffigurarla; 175 milioni di persone di cui la metà è di razza bianca, mentre l’altra metà è quasi equamente divisa tra neri, mulatti, meticci, amerindi ed asiatici. Purtroppo è quasi scomparsa la popolazione indios che ormai conta solamente circa settecentomila persone che occupano le foreste del Paese, continuamente minacciate da quello che, forse impropriamente, viene definito progresso.

Triste ed inevitabile il loro destino, che in breve li condannerà all’estinzione, un processo quest’ultimo che ha innumerevoli precedenti remoti e più recenti. Del resto l’indignazione, oltre che sterile, rischia di diventare noiosa e mai come in questa occasione, il mio compito sarebbe quello di raccontare la parte migliore, quella più allegra fatta di carnevali (già, non esiste un solo carnevale, ne esistono moltissimi e tutti colorati) e di interminabili partite di calcio giocate su campetti polverosi o su spiagge sabbiose.
Raccontare facendosi contagiare dal calore di un sole che brucia senza ustionare, dai sorrisi che ammaliano senza provocare, dai colori che abbagliano senza accecare. E senza dimenticare che oltre ai colori esistono i dolori, gli stessi che riscontri in ogni angolo di sud e con i quali il nord opulento dovrà sempre maggiormente fare i conti.

Andrea Comparini aka Josef

continua...

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