Alla guerra non ci gioco. Un nuovo lavoro del Teatro del Piccione - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Tosse Venerdì 9 dicembre 2005

Alla guerra non ci gioco. Un nuovo lavoro del Teatro del Piccione

Nelle immagini alcune delle illustrazioni del libro di Lia Levi, di Emanuela Orciari

Magazine - «Volevamo affrontare il tema della guerra - afferma Antonio Panella - e abbiamo cominciato un laboratorio che è durato un anno e mezzo. Poi c’è stato l’incontro con il libro La portinaia Apollonia di Lia Levi». Panella è il nuovo elemento della compagnia che ha curato la regia e l’adattamento teatrale dal libro per bambini di Lia Levi, illustrato da Emanuela Orciari edito da Orecchio acerbo, (in scena al Teatro della Tosse, ancora domenica 11, ore 16). Levi racconta di Daniel e della sua mamma, ebrei nel ’43 sotto il regime nazista in una delle molte città vittime della repressione e della deportazione.

Un giovane attore che viene da Milano e da 7 anni di esperienza all’interno del Teatro del Sole (compagnia storica del Teatro Ragazzi italiano ed europeo, nata nel ‘71), Panella ha lavorato molto con la formula dei laboratori, portata dentro le scuole, gli istituti psichiatrici e le carceri –a Chiavari è già al secondo anno il suo progetto teatrale- ed è anche uno dei clown-dottori che portano il sorriso tra le corsie dell’Ospedale Gaslini.

La sua portinaia Apollonia è una confezione impeccabile e raffinata che raggiunge bene i piccoli, e con semplicità parla anche ai grandi, sposando lo spirito dei Piccioni, questa volta nel ruolo di interpreti: Antonio Tancredi, Paolo Piano e Elena Colombo. In scena come al solito solo materiali naturali (legno, stoffa, carta, qualche vetrino e una bacinella di latta e dell’acqua), mentre i costumi -di Laura Degli Innocenti- recuperano i colori caldi delle illustrazioni del libro (vedi sopra). Così tutta la messa in scena, parla di un tempo umano senza sprechi, un tempo che fu, ma anche il tempo avaro della guerra. Sebbene il lavoro sia un’amplificazione del racconto di Levi e ne rispetti quindi l’impianto e l’epoca (Autunno ’43, l’arruolamento forzato e la deportazione nazista degli ebrei in una città qualsiasi), gli interpreti e il regista hanno voluto affrontare il tema in senso largo: «Il filone scelto -spiega Panella- è basato sul concetto di pregiudizio, seme per il fiorire della discriminazione», quello che vediamo è un bambino in una delle tante guerre «potremmo anche essere a Sarajevo».

Montate su strutture simili ad appendiabiti su ruote, tre tende (decorate di panni stesi ton sur ton) forniscono gli attori di case, muri, tetti e persino un intrico di strade cittadino, all’ora della ronda militare per il coprifuoco. È lì che Daniel (il bambino coi baffi di Paolo Piano) e qualche amichetto (Antonio Tancredi e Elena Colombo) passano il tempo, come fossero in cortile, sfidando la portinaia strega dalla temibile scopa, che cucina il suo gatto e di certo non disdegnerebbe un bambino. Daniel, che è il più piccolo, è la vittima prediletta dei più grandi, intenti a costruire intorno ad Apollonia il peggiore dei miti, tanto per divertirsi. Per i tre il passatempo quotidiano comincia con il grido: «Apollonia, Apollonia quanti polli hai mangiato?».

Se non gioca, come tutti i bambini Daniel aiuta la mamma (una Elena Colombo non sempre sufficientemente mamma) ed è l’ometto di casa, da quando il papà non c’è (nel libro, fuggito alla deportazione): va a comprare il pane, piega e porta le lenzuola ricamate alle suore («che poi dicono che le hanno fatte loro» dice Daniel con rabbia alla mamma) ed è il conforto e la speranza della donna sola che canta e si arruffa i capelli per allontanare i cattivi pensieri.

Nonostante i baffi che divertono e molti bambini neppure vedono, Paolo Piano affronta il suo Daniel con estrema naturalezza, giocando con gli aereoplanini di carta o con le letterine barchette indirizzate al suo papà (e qui qualche bimbo sparge sane lacrime), mentre Antonio Tancredi, nelle vesti del soldato, ci offre uno strepitoso sketch dal sapore brechtiano nella ronda notturna con due marionette-soldato «teste di legno». Profondamente indovinata e coreografica la scena dove Daniel e la mamma sbattono le lenzuola bagnate: ne deriva un suono di bomba e una nuvola di acqua polverizzata che è fumo, ma anche metafora di una via di fuga e, certo, sfogo fisico alla muta sofferenza quotidiana.

Uno spettacolo che è stato approvato pienamente e con entusiasmo anche dall'autrice, Lia Levi, e dal rabbino di Genova. Poche battute, tanta gestualità e molta delicatezza, ingredienti che convincono tra l'altro i molti genitori in sala.

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