La Stanza di Lievi - Magazine

Teatro Magazine Teatro Duse Mercoledì 7 dicembre 2005

La Stanza di Lievi

Magazine - Una stanza.
Due uomini, uno giovane l’altro maturo. Un dialogo.
Un conflitto.
Ed ecco Fotografia di una stanza, atto unico su tre scene, scritto e diretto da Cesare Lievi (al Teatro Duse fino a domenica 11 dicembre). Più pinteresque di così.
Ciò che - fresco di Nobel per la Letteratura - ha creato con The Room (1957), The Caretaker (1959), ma anche The Hothouse (1958), Old Times (1970) e No Man’s Land (1974) e in molti altri testi della sua produzione drammaturgica (oltre 30 lavori, senza contare le sceneggiature) è uno stile inconfondibile dove la lotta umana è un sottile gioco fondato sull’affilata lama delle parole.

I suoi dialoghi taglienti, le sarcastiche battute, la secchezza degli scambi dialogici (mutuata da un altro maestro e Nobel, Samuel Beckett), in Pinter producono spesso una violenza più dirompente di quella fisica; agiscono sulla scena in qualità di vere e proprie azioni (speech acts, atti linguistici, direbbero i pragmatisti) e alimentano lo scontro, spesso molto polite (senza insulti, ma capace di ferire più profondamente) fra classi, sessi, e in generale tra vittima e carnefice, con frequenti scambi di ruolo, come nel film The servant (1963, regia di Joseph Losey).

Lo spettacolo di Lievi sembra venire proprio da lì, nonostante sia ben nota la sua attività in suolo tedesco. Il testo in particolare si muove lungo alcune caratteristiche stilistiche di pinteriana forgiatura: il gioco della ripetizione, una latente aggressività nelle battute e una certa ambiguità sulla verità espressa dai personaggi.

Se gli ingredienti c’erano tutti, compresa una certa predisposizione favorevole verso un prodotto firmato Lievi, Fotografia di una stanza non raggiunge mai la tensione di una delle pièce di Pinter, e forse soffre proprio a causa di un'intepretazione lasciata a toni troppo alti e aggressivi.

Il tappezziere Giuseppe (di Stefano Santospago) e il suo aiutante Dragos, extracomunitario dell’est (interpretato da Alessandro Averone), sono al lavoro per decorare una stanza in una casa di «pezzenti con tanti soldi, ma senza stile». Mentre Dragos finisce di montare il battiscopa con un avvitatore, Giuseppe seduto su una sedia consuma un parco pranzo da lavoratore in una gamella e confida il suo segreto: «il nostro è un lavoro strano: entriamo in una stanza spoglia, la decoriamo e prepariamo e poi quando è quasi diventata qualcosa ce ne andiamo. Mi piacerebbe vederla finita e fotografarla per poi collezionare le foto delle diverse stanze in un cassetto... Perché è la stanza ad abbandonare te e non tu lei... e non c'è niente di peggio di essere abbandonato da un figlio».

Dal dialogo tra i due (senza crescendo, e poco naturalistico considerati i personaggi) emerge un rapporto conflittuale, ma non del tutto negativo, a tratti persino affettuoso e reciproco: da parte di un giovane che ha lasciato un padre rozzo ed è in cerca di fortuna ma anche di una figura paterna; e d’altra parte, Giuseppe vede in Dragos quel figlio mai avuto o forse perso, desiderato e ora rimpianto.

Santospago che fa passare il suo personaggio per una mimica facciale troppo esile e discontinua, imbastita su una certa microgestualità non perfettamente misurata sul tipo, solo nella terza parte riesce a dare un po’ più di spessore e naturalezza al suo tappezziere. Il Dragos di Averone invece è troppo enfatico persino nel corpo, troppe volte balza in piedi o in ginocchio in uno scatto, mentre è intento al suo lavoro di avvitatura, così come troppo spesso alza o parte già in acuto su battute che richiederebbe un po’ più di impegno sulla modulazione.

Articolato su tre scene di circa trenta minuti, Fotografia di una stanza soffre un tantino dei due intervalli per il cambio scena centrale che ci portano nella stessa stanza finita e arredata, completa di padrona di casa (Carla Chiarelli, forse senza-voce in questa replica?) in desabillier in dolce compagnia di Dragos. Qui succede tutto quello che ci si aspetterebbe in una situazione simile, da cronaca nera: ”bella e ricca invita a casa uno sconosciuto, senza niente da perdere. Tragedia”.

Sfruttando la lezione sull’ambiguità di matrice anglossassone, con un occhio al surreale e al doppio finale praticato da Caryl Churchill, l’ultima scena non è che una variante della prima: Giuseppe e Dragos sono ancora lì dov’erano poco prima che madame entrasse nella stanza a verificare il loro lavoro. Ma Giuseppe sembra riemergere dal sonno, mentre Dragos sembra voler nascondere una verità.

Un testo pieno di spunti e anche di un po' di filosofia: «L'amore non esiste - dicono Giuseppe e La Signora a Dragos - L'amore è un'invenzione per far funzionare certe cose. Siccome non c'è lo si inventa, lo si sogna come Dio».

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