Magazine Venerdì 25 novembre 2005

Carrea come Leopardi?

Mercoledì 30 novembre, alle 18.00, presso la Libreria del Porto Antico, (il papà del detective Bacci Pagano) presenterà Notte insonne, raccolta di poesie di Enrico Carrea.

Si leggono piacevolmente, queste poesie, e i sentimenti che in esse sono contenuti sembrano, al lettore, assolutamente naturali.
Certo, ognuno di noi potrà trovare in quelle righe gli echi di altri autori, di altri poeti. Così, qualcuno ha visto tracce di un post-leopardismo, pensando forse di accomunare la velata tristezza che trasuda da alcune poesie di Enrico al pessimismo dello scrittore marchigiano. E troviamo anche un verso del Leopardi, ripreso pari pari nella seconda poesia del libro, che si conclude come "L'infinito": «…e il naufragar m'è dolce in questo mare».

Ma qui si tratta di un rapporto assai più fisico con la realtà, non quasi onirico come per il poeta da cui il verso proviene. Il contesto è così diverso, pur con talune rimembranze, che il ricordo delle liriche leopardiane affiora, ma la differenza si vede, si avverte subito.

E Carrea non ne esce certo male, anzi! Come ci suggerisce Edoardo Guglielmino nella prefazione, è nato un vero ed autentico poeta, dalla gamma vasta e dall'ispirazione ancora inesausta. E che non usa, possiamo aggiungere noi, lo spadone a due mani spesso impugnato nei suoi scritti dal Leopardi. No, lui gioca di fioretto, e non cerca neppure l'affondo alla Cyrano. Al fin della licenza lui tocca, senza bisogno di declamarlo, e tocca sempre al cuore.

Poeti si nasce, dicevamo, e gli altri al massimo possono gioire della lettura, trovando altre somiglianze: in "Le parole", "Ruggine", "Rime banali" – come in altre poesie – emerge Guccini, e la musica alla poesia non serve. Essa è già musica, di per sé. Oppure, visto che a Genova siamo, e che per la sua città Enrico scrive delle parole di grande amore (…nelle piazzette gremite di gente/tu trovi un respiro di un tempo antico…; …il mio cuore in un angolo vive/di questa signora adorata e scontrosa) possiamo scoprire in lui la tristezza di Tenco, il mal di vivere di "Vedrai".

Ma a chi conosce Enrico Carrea anche da poco tempo, pur avendolo frequentato brevemente, leggendo le parole delle sue brevi liriche non sfuggirà l'ironia che lui usa così bene. Il suo pessimismo si scioglie con la caparbietà, in una forza di vivere – appunto – senza rassegnazione. Giunge persino a chiedere alla morte di rallentare un attimo, tanto sa di non poter sfuggire, povera preda come tutti, alla caccia.

E usa un tono apparentemente dimesso, implorante: domanda solo qualche attimo in più, perché il suo stanco cuore possa ancora palpitare per una nuova emozione. La "sora Morte" certo acconsentirà a una richiesta così calda, così sincera, senza accorgersi dello sberleffo celato tra le righe.

Maurizio Mapelli
di Mina Vitiello

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