Il Cerimoniale di Arrabal - Magazine

Teatro Magazine Teatro Hops Mercoledì 23 novembre 2005

Il Cerimoniale di Arrabal

Nelle immagini l'attrice Beatrice Baino con l'attore e regista Lucio Colle in due momenti dello spettacolo

Magazine - Lui, la madre e l’altra. Il Cerimoniale, della vita umana, di va in scena su un lungo corridoio nel libero adattamento (tratto da Il Gran Cerimoniale di Fernando Arrabal) di , produzione C.R.A.S.C. (Centro di Ricerca sull'Attore e Sperimentazione Culturale), all’Hop Altrove fino al 26 novembre.
Spettatori sui lati, come il pubblico di un gioco di bocce, gli attori si strusciano sul pavimento e scorrono come esseri invertebrati da un vertice all’altro, in un rituale sadico, completo di bambole, frusta e sedia a rotelle.

In breve la trama - su cui fu realizzato anche un film francese sceneggiato e diretto da Pierre Jolivet, (1968). Lui è Cavanosa, giovane psicopatico, oppresso dall'amore materno e orfano di padre, che si sfoga su bambole/manichini. Un giorno conosce Lei, Syl, una ragazza che finisce per innamorarsi di Lui. Cavanosa, quando si accorge di ricambiare, distrugge le bambole/manichini e inizia a giocare con Lei e, dopo uno strano cerimoniale, abbandona La Madre.

Lei (Beatrice Baino) è immacolata, ingenua e freddamente appassionata. Lui è strano, geniale, complessato e Lei è la prima donna con cui riesce a conversare («le donne non mi rivolgono la parola») dopo la Madre. Lui e La Madre sono la stessa cosa. Lucio Colle, interpretando entrambi, crea quella insana simbiosi che solo certe figure materne sanno generare e perpetare per tutta la vita sui figli maschi adulti. «Bambino mio... Ma cosa cerchi lontano da me che io non possa darti».

Come in un rito che si rispetti c’è poesia (Lui a Lei: «Siete l'immagine della felicità che dialoga con l'immensità della montagna») e tagliente ironia, spesso interrotta da esplicito turpiloquio. C'è musica in questo spettacolo. C’è sottomissione e comando. C'è accoglienza e rifiuto (Lui a Lei: «Andate via, andate al diavolo»). C’è una trinità: la madre, lui e lei, dove lei è il capro espiatorio, la vittima sacrificale, elemento centrale in ogni rito religioso (Lui a Lei: «Penso intensamente a una donna da torturare»).

La musica è, a tratti, dirompente e disegna insieme alla luce i cambi di scena, come nenia di pazzia. Fa eccezione il Walzer, che suona sotto le battute della madre: quello è onirico e ammaliante, coinvolgente e inebriante perché è la porta verso l’inferno, è sinfonia che riconduce alle origini. Colle è una presenza scenica forte e nei panni della madre ci rapisce dentro una voce roca che sa di strega, ma anche di fata dal sorriso buono, ma dentro cattiva. Beatrice Baino, al fianco di Colle, nei suoi lunghi riccioli di un selvaggio rosso-castano, produce una freddezza appassionata, un giovanile trasporto incondizionato, che sembra mosso da assoluta ragionevolezza: «Lasciatemi rimanere», «io ti amo», «farei qualsiasi cosa per te», «lasciate che vi dica come mi dispiace che non abbiamo potuto comprenderci».

Non si tratta di comprendere, ad un rito si assiste - così come da quasi quarant'anni ormai (Arrabal, insieme a Topor e Jodorowsky, fonda il movimento Panico nel 1962), assistiamo all'eterogenea e bizzara figura di Arrabal e ci chiediamo chi sia.
Non si tratta di comprendere né di rispondere, solo di ascoltare e lasciare che la sua lettera poetica ci parli.
Liberi di non ascoltare!

Nella Elegia, scritta nel 2000, in morte di sua madre, Arrabal afferma:
«La madre rappresenta per gli scrittori un'occasione, un eccellente spazio creativo... Baudelaire scrisse le sue migliori prose nelle lettere a sua madre, Kafka mantenne un'intensa relazione creativa con Julie Lövy, sua madre, e Bertolt Brecht, in Madre Courage, colloca il personaggio nel punto culminante del dramma... Marcel Proust non comincia a scrivere la sua opera fino alla morte della madre... Lo scrittore, traumatizzato in gioventù dalla morte (o sparizione) del padre, descritta in Ceremonia por un teniente abandonado, chiude con questo scritto un capitolo della sua letteratura».

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