Concerti Magazine Lunedì 21 novembre 2005

Guns’n’Roses: tutta la verità

Iniziai ad ascoltare i durante i primi mesi del liceo. Nel bagno delle ragazze, dietro una delle porte, qualcuno aveva scritto il testo di Paradise City.
Era l’alba degli anni ’90. Ma i Guns, negli States, macinavano seriamente rock già dal 1987: Appetite for destruction aveva richiamato l’attenzione di un pubblico ben più vasto di quello della piccola cittadina di Lafayette, in California, che aveva dato i natali alla band.
A ripercorrere la storia folle e borderline di una delle formazioni più interessanti del rock moderno ci ha pensato Ken Paisli, per conto della casa editrice genovese : neozelandese di lontane origini italiane, questo scrittore trentaseienne viene considerato uno degli esponenti più significativi del gonzo journalism, alla pari di Lester Bangs.
La collaborazione tra Paisli e la Chinaski ha dato i suoi frutti nel giugno 2005, quando è stato dato alle stampe Guns’n’Roses – The truth, biografia non autorizzata della band, presentata ieri, 20 novembre, presso un forum FNAC affollato da capocce capellute e giacche di pelle, in sintonia con l’evento.

I chinaskiani Federico Traversa e Marco Porsia hanno illustrato il volume, farcito di chicche per aficionados, comprese alcune dichiarazioni rilasciate dal gruppo in esclusiva a Paisli, e da diverse foto inedite reperite grazie alla preziosa collaborazione del dedicato alla band del mitico Axl Rose. Ad accompagnare la lettura di alcuni passaggi del libro, la musica dei Guns, proposta dal vivo, dai modenesi Bitch. Cinque simpatici guaglioni, decisamente bravi, tecnicamente coinvolgenti.
La chitarra solista non indossa la tuba di Slash, il bassista non ha un’aria tossica come quella di Duff Mc Kagan ed il cantante non è dotato degli hot pants e della lunga zazzera bionda di Mr.Rose (al contrario, somiglia tantissimo al frontman degli Eels), ma la resa è comunque ottima.
La prosa di Paisli, tagliente come un rasoio, ben si sposa con il tenore di molti testi dei Guns, spesso tacciati di sessismo, omofobia e razzismo. Come sottolinea l’autore, una lettura tanto semplicistica della loro produzione non rende merito alla qualità della stessa.
La rabbia che Axl ha riversato in molte canzoni ha radici profonde: un’infanzia segnata da continui abusi, una famiglia costrittiva ed allo stesso tempo assente, un ambiente di provincia asfissiante e gretto.
Brani come One in a million, hanno spesso scandalizzato la sensibilità comune: ma l’odio che trasuda da quei versi non è generalizzato. Ha un obiettivo preciso. Parlando di negri e sbirri, per esempio, Axl inveiva, sulle note di un riff di chitarra esaltante, contro individui specifici, non contro un’intera categoria.
I Bitch picchiano duro, la dimensione acustica non toglie un briciolo di energia alla musica dei Guns: Welcome to the jungle, Sweet child of mine, Used to love her, la struggente Patience fischiettata anche dal linoleum del pavimento, la dylaniana Knockin’ on heaven’s door.

Come ricorda Traversa, la raccolta di cover The spaghetti incident? del ’93 non rientra a pieno titolo nella loro discografia. A tredici anni dall’ultimo lavoro in studio, quel grandioso progetto che fu Use your illusion, esprime ancora appieno la grande qualità musicale dei Guns: figli illegittimi degli Stones e lontani cugini del glam rock inglese, fedeli discepoli dell’assunto per cui il rock è energia pura e per cui nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si reinventa, furono per pochi anni grandi icone della musica mondiale, disfatti ed irosi portatori del vessillo della triade sex, drug & rock’n’roll.
Licenziati gli storici membri della band, Axl ha stretto collaborazioni importanti (Moby, Killing Joke) ed è rimasto unico tenutario del nome del gruppo. Da una decina d’anni si vocifera di un nuovo album, l’ormai leggendario Chinese democracy. Ma, a parte la fugace apparizione concessa al Rock in Rio del 2001, durante la quale Axl è ricomparso imbolsito come non mai, un ritorno sulle scene sembra quanto mai remoto.

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