Visionario Urfaust - Magazine

Teatro Magazine Teatro Duse Giovedì 17 novembre 2005

Visionario Urfaust

In alto in un momento dello spettacolo Paola Gassman e Ugo Pagliai

Magazine - Il video a teatro è ormai una di quelle nuove abitudini a cui siamo diventati avvezzi, spesso ci riserva inedite sorprese e piacevoli inserzioni, punti di vista imprevisti o irraggiungibili. Il video può creare effetti di gigantismo, di contrappunto, di interazione tra reale e virtuale o, addirittura, come all’Opera (per esempio nelle regie di Paolo Miccichè) cambiare la tessitura della scena presentandoci prima un deserto poi un ambiente completamente roccioso, senza spostare neanche un granello di polvere. L’alchimia del teatro tuttavia non sempre assorbe di buon grado l’elemento aggiunto ai già molti ingredienti.

Così accade che l’Urfaust di Andrea Liberovici soffra per un eccesso visivo. Il testo di J. W. Goethe, poetico e volgare al contempo, dove l'autore sapientemente dosa tra registro alto e basso, per mettere in scena il diavolo sulla terra con le sue orribili tentazioni e un umano (il sapiente Faust) pronto ad essere sedotto, scompare dietro a suoni e musiche dirompenti, dietro a proiezioni che affollano la quarta parete così come il fondo scena, schiacciando testo e interpretazione su un palco troppo ripido. E se Ugo Pagliai riesce a difendersi, nonostante un paio di infelici mutandoni, la giovane Kati Markkanen, (Margherita), non supera la durezza della sua lingua d’origine e ci propone un italiano privo di intonazione e marziale, sebbene il suo corpo esprima grazia e freschezza giovanile. D’altra parte Paola Gassman riesce con garbo a passare dal ruolo di confidente della giovane e inesperta Margherita, a quello di mezzana, favorendo l’incontro-nefausto con il Faust di Pagliai. E anche il Mefistofele di Ivan Castiglione nasconde a dovere l’attore, giocando con spigliatezza il ruolo del diavolo nelle cattiverie piccole come nelle più turpi azioni.

E se l'intento era mettere in scena Goethe con quello sguardo di bimbo che aveva lo stesso autore quando si invaghì del teatro, la scena del parto di Margherita cozza violentemente contro un immaginario infantile (lasciato alle marionette) e ci riporta brutalmente a quell'attualità dove tutto fa spettacolo.

Nulla di tutto questo toglie al fatto che Liberovici abbia intuizioni spesso geniali nel nome dell'innovazione e che la scena di Margherita in carcere (sotto il palco), mostrata da una piccola telecamera, faccia la parte di un effetto speciale ben riuscito e che ci sia un profondo rigore nel modo in cui i video sono montati, costruiti e strutturati all'interno dello spettacolo.

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