Al vaudeville per sfidare la paura - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Tosse Mercoledì 16 novembre 2005

Al vaudeville per sfidare la paura

Nelle foto i due interpreti, in alto un momento del film muto.
© www.allwearbowlers.com

Magazine - Un film muto, in bianco e nero. Due omini scendono da un tronco d’albero che si erge solo in una campagna brulla. Sono due possibili Didi e Gogo di beckettiana memoria, sono la classica coppia di vagabondi, in frac e bombetta o giù di lì, alle prese con una strada che non si sa bene dove porti, né da dove arrivi. Sono due che, se diventano uno vanno in tilt, ma che passano il tempo a discutere, a non comprendersi, a farsi cattivissimi scherzi e a scacciarsi. Sono Geoff Sobelle e Trey Lyford ideatori di , in scena al Teatro della Tosse fino a sabato 19 novembre.
Un superlativo esempio di una delle declinazioni del fare il teatro, quella sempre meno indagata.

È una cosa piccola questo vaudeville, confezionata come il più prezioso e minuscolo dei gioielli. Sobelle e Lyford si nutrono di Samuel Beckett, Charlie Chaplin, René Magritte, Stanlio e Olio, King Kong e, con il dovuto rispetto, hanno costruito questa chicca un po’ retrò, giocosa e allo stesso tempo drammatica, con uno staff che la dice lunga sulla considerazione di cui gode il genere in America (dove c’è anche un museo ).
David Shiner, celebre clown e mimo di strada (dal ’92 nel Cirque du Soleil), ha collaborato come consulente alla costruzione dei personaggi e degli sketch, Aleksandra Wolska, (tra le altre cose docente di teatro all’Università del Minnesota), si è occupata della regia, gestendo le numerose entrate e uscite di scena dei personaggi che sono anche un dentro-fuori dallo schermo e, infine, Michael Glass, filmaker newyorkese, che ha reso possibile il gioco del cinema nel teatro, trovando la giusta formula per mettere in scena metà personaggio sullo schermo e metà fuori in carne ed ossa -solo uno dei numerosi giochi tra personaggio bidimensionale e quello 3D grondante di sudore tra il pubblico.

A proposito della cura e del valore che c’è nel particolare e nell’importanza delle piccole cose, Kandinski diceva che: «Dio sta nel particolare», ecco il segno minimo che questi due attori creano sulla scena; nei brevi sketch che propongono si guadagna una simile grandezza. Sobelle e Lyford sono di fronte all’immanenza del mondo: la natura e una mappa non li aiutano a capire dove sono, solo sanno che sono persi insieme (metafore dell'umano smarrimento?). Poi usciti dallo schermo un’altra realtà, forse ancora più turpe, li attende: il pubblico della sala che si aspetta molto da loro. Panico e angoscia dissimulate entrano in campo sui loro volti e, in una serie infinita di «excuse me», si va avanti letteralmente inventandosi (e con fatica) un modo per non cessare di esistere, per non essere bastonati, per non deludere e anche per sopravvivere a fenomeni inspiegabili come la serie di uova che vogliono uscire dal corpo di Lyford. E così i due in bombetta, bretelle e braghe troppo larghe, si prendono gioco di chi sta là seduto a bocca aperta o russando sulla poltroncina. Vale tutto alla faccia del politically correct: un mimo di un vecchio con il bastone e senza denti, quello dedicato allo scordinato, per non parlare delle battute sulle "mezze seghe" in platea. Un boomerang tra i due e il pubblico che non risparmia, senza ferire, proponendo la varietà del punto di vista, la relatività dell'occhio puntato.

Raccontare un vaudeville è riduttivo. Raccontare della bravura di Sobelle e Lyford sarebbe comunque inefficace. Bisogna vederli, per sognare un teatro che sappia dialogare con le altre arti (cinema, pittura, mimo e circo) senza storpiarle ma evocandole, farci ridere ma anche riflettere sulla condizione umana come sapeva fare Charlie Chaplin: con leggerezza e talento. Creare la magia, la meraviglia con piccoli trucchi d'illusionissmo ben noti ma egregiamente realizzati. Una chicca «difficile da immaginare nei teatri commerciali» come scrive The New York Times.
Grazie quindi al Teatro della Tosse.


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