La violenza al femminile - Magazine

Attualità Magazine Mercoledì 9 novembre 2005

La violenza al femminile

© www.editoririuniti.it

Magazine - Abu Ghraib ha scosso l’immaginario collettivo: carcere e luogo di tortura, già sotto Saddam Hussein, più recentemente in mano americana, maschile e femminile, stessa funzione, però a divertirsi questa volta sono gli occidentali. A colpire, più di ogni altra cosa, è che nel gioco sadico perpetrato sui prigionieri siano state coinvolte soldatesse e che le immagini (foto e video) le ritraggano in pose gaudenti su corpi stremati o già morti.

Le giornaliste Stefanella Campana e Carla Reschia ci hanno scritto un libro sulle donne di Abu Ghraib: protagoniste, comparse e comandanti incluse, dal titolo Quando l’orrore è donna. Torturatrici e kamikaze. Vittime o nuove emancipate?, (Editori Riuniti, 2005) –al centro del dibattito Passioni e tragedie: le madri argentine e le donne kamikaze, venerdì 11 novembre, all’interno della settima edizione di , rassegna culturale annuale del Comune di Cuneo. La compagnia Teatrino Clandestino ne ha tratto spunto per uno spettacolo, , che riflette su questa truce attualità, attraverso lo studio condotto negli anni ’60 da Stanley Milgram sull’efferatezze naziste, sfociato nel libro Obbedienza all’autorità.

Il libro di Campana e Reschia, dal taglio fortemente giornalistico, sviluppato con linguaggio snello e fondato su materiali provenienti dai media e da internet, indaga i fatti di Abu Ghraib, cercando di addentrarsi nelle biografie di soldati e soldatesse americani – da Lynndie England, al suo fidanzato Graner, da Megan Ambuhl a Sabrina Harman, fino al capitano Carolyn A. Wood, Barbara G. Fast e alla Stella di Bronzo, Janis Karpinski. A fare da contraltare alle soldatesse americane, in quelle che sono nuove strategie di guerra, il fenomeno delle donne kamikaze (Wafa Idris, infermiera palestinese e la cecena Zarema, pentita), anch'esse osservate a partire dal loro vissuto, spesso di donne reiette o segnate da lutti ripetuti. Il libro si chiude sul secolare ruolo di vittime delle donne nel mondo.

«Se dobbiamo proprio parlare di quelle poche che i media hanno portato alla ribalta come carnefici -afferma Stefanella Campana- non possiamo chiudere gli occhi di fronte a tutto il resto. È necessario contestualizzare. Perché mentre restiamo esterefatti da queste donne della guerra, la realtà propone situazioni terribili di tutt’altro genere, abusi e menomazioni vissute da altre donne soggette a leggi arcaiche o a codici tribali. Delitti orribili, delitti d’onore di cui è recente la memoria anche in Italia, sebbene le donne italiane abbiano conquistato molto e quindi si tenda a dimenticare. Per fortuna i segnali di ribellione ci sono. Ho amiche arabe che si mobilitano e tra loro c’è molta vivacità. Segnali incoraggianti.»

Il titolo del libro contiene una domanda, molto urgente a cui però le autrici non intendono rispondere, come spiegano nell’introduzione. «Capisco che si vorrebbe essere rassicurati da questo libro –dice Campana sorridendo- ma il momento in cui ci troviamo è ancora in divenire e sarebbe prematuro trarre conclusioni, si potrebbero formulare giudizi personali, ma a noi non interessava. Abbiamo cercato di dare elementi oggettivi a chi legge per poter considerare un fenomeno riflettendoci su».

Su Repubblica delle Donne (del 15 ottobre 2005), la scrittrice e sociologa marocchina Fatema Mernissi sollecita proprio noi donne e uomini d’Occidente a guardare verso i paesi del Golfo con maggiore attenzione, per scoprire che al di là del burqa o del chador, il tema centrale nella società araba è la rottura –con l’avvento delle nuove tecnologie e del satellitare- di quella frontiera che loro chiamano Hudud: divide il mondo in pubblico e privato, nel primo ci sono gli uomini e i problemi da risolvere nell’altro dovrebbero stare le donne e i bambini, protetti. «E infatti il reclutamento delle donne-kamikaze avviene via internet -ricorda Campana- Mernissi è citata nel nostro libro, apprezziamo molto il suo punto di vista che sprona ad osservare il mondo arabo con sguardo più accorto».

La conversazione con Stefanella ci porta ad una riflessione sul femminismo ad ampio raggio: «L’impressione è che da noi le nuove generazioni, a differenza di quelle precedenti partite per affermare la diversità di genere, si adeguino al modello maschile per entrare nel sistema e poi magari combattere lì. Nella nostra generazione, siccome donne e potenzialmente in grado di dare la vita, lavoravamo ad un’evoluzione contro la guerra. Ma là dove la violenza si manifesta al femminile occorre andarne a capire le cause.
È vero che il modello maschile è passato e l’abbiamo subìto. Eppure non bisogna scoraggiarsi perché, per esempio, in Afghanistan le donne hanno trovato una loro forma di resistenza insegnando alle bambine anche quando era proibito».

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