Siamo tutti Figli dell'Uranio - Magazine

Teatro Magazine Museo di Villa Croce Mercoledì 2 novembre 2005

Siamo tutti Figli dell'Uranio

© Marco Parodi

Magazine - Peter Greenaway è arrivato e I Figli dell’Uranio è pronto. Anche se lui stesso si definisce «l’umile librettista» dello spettacolo, la sua presenza segna un grande momento per la città. La performance-installazione come è stata definita dai suoi autori -oltre a Greenaway, Saskia Boddeke e Andrea Liberovici, per le musiche- è spiccatamente site-specific e prevede un cast di nove attori, tra cui i genovesi Sara Cianfriglia, Fabrizio Matteini e Boris Vecchio. Un’anteprima mondiale per il Festival della Scienza, che debutta a Genova domani, giovedì 3 novembre, al Museo di Arte Contemporanea di Villa Croce, con repliche fino al 7 novembre, (a ciclo continuo dalle 18 alle 22, ultimo ingresso ore 21) e, in una versione in parte virtuale, dall'11 novembre al 18 dicembre (repliche mart, merc e dom, ore 11-18; giov, ven e sab, ore 15-21. Lunedì chiuso).

A presentare questo evento di grande rilevanza culturale, anche l’assessore Luca Borzani, che sottolinea gli elementi di continuità tra il museo e questo intervento artistico multidisciplinare, e Vittorio Bo (direttore del Festival), che mette l’accento sul un progetto così articolato capace di «coronare un nostro disegno: quello di mettere in rapporto le diverse forme di creazione, abbattendone le frontiere, con tangibili momenti di confronto come già in molti dibattiti al Festival». Andrea Liberovici è brevissimo, solo due commenti in merito alla sua collaborazione con due artisti come Greenaway e Boddeke: «Ho sempre apprezzato il discorso tra etica ed estica di Greenaway e Boddeke, così come la loro idea d’arte e comunicazione, legata al digitale. Il loro lavoro si interseca alla perfezione con il mio e infatti questo progetto aveva molte analogie con il mio percorso di ricerca musicale. Risale a due anni fa il mio concerto con tutte le voci dei dittatori del ‘900, tra cui aggiunsi anche il discorso di Truman che giustificava la bomba atomica e la sua preghiera dedicata all’Enola Gay», (il B-29 pilotato dal generale Paul Tibbets che sganciò l’atomica su Hiroshima, ndr) prima di schiacciare il pulsante. Questo è stato il materiale apprezzato da Greenaway e Boddeke e deux ex machina dell'incontro nonché il a questo grande progetto.

«Un ringraziamento particolare va al Museo -afferma Saskia Boddeke, regista e partner di Greenaway nella vita- perché è straordinario che ci abbiano permesso di trasformare così profondamente gli spazi di un edificio storico tanto bello. Permettendoci di dare vita così ad un ambiente completamente nuovo». Greenaway, con savoir faire tutto anglosassone, spinge l’attenzione verso Saskia ricordando che è lei la redattrice del progetto a livello concettuale, lei alla testa dell’organizzazione e, ancora lei la responsabile della regia. «Siamo tutti children of Uranium –dice Boddeke- tutti coloro che sono nati dopo Hiroshima e Chernobyl lo sono. È difficile spiegare cosa vedrete, è meglio dire che si tratta di un’installazione-performance all’interno della quale il pubblico è libero di muoversi con il suo ritmo e magari anche di sedersi e ascoltare cosa i children avevano da dirsi. Tutto ciò che vedrete è voluto e studiato, frutto di scelte precise che non lasciano niente al caso. Se davvero volete vederlo tutto, dovrete fare il percorso nove volte, perché otto sono i figli dell’Uranio –Isaac Newton, Joseph Smith, fondatore della setta dei Mormoni, Madame Curie, Albert Einstein, Robert Oppenheimer, costruttore pentito dell’atomica, Nikita Krusshev, Michail Gorbaciov, George Bush- ma altri due personaggi hanno una loro stanza dedicata, Eva e l’Angelo Moroni».

Gli otto personaggi storici sono la traccia -insieme alla tavola degli elementi- lungo la quale gli artisti intendono raccontare la storia che, come ricorda Greenaway, «non esiste, solo gli storici esistono». E qui il dito è puntato verso la contraddittoria dimensione tra oggettività e soggettività che sia la storia, che le nostre conoscenze, compresa la religione implicano. The Children of Uranium recupera quella storia recente in cui politici e scienziati si misero al lavoro insieme per ottenere la bomba atomica e, ancora insieme, ne discussero l’apllicazione decidendo di utilizzarla su città abitate e non più in veste di esperimento solo nel deserto, ma per annientare un "nemico".

Qualcuno ha definito questa tematica un po’ “old fashion”, ma Saskia Boddeke rilancia sostenendo che è necessario aprire un nuovo capitolo, dopo quello delle manifestazioni in piazza. «L’uranio controlla la nostra vita quotidiana con il terrore. Il miglior esempio è Bush, al momento lui usa il petrol-fear nella sua politica estera». Greenaway fa presente che questo lavoro possiede più di un background, tra cui spicca il macro progetto interattivo e multimediale da lui recentemente confezionato: . Un’avventura picaresca, ma anche un racconto lungo molti generi, che dura sette ore e ha prodotto anche un libro Tulse Luper in Turin, (assemblato esclusivamente su prenotazione, è rilegato a mano, foderato in pelle, contiene la sceneggiatura della sezione torinese. 146 pagine di illustrazioni, collage, quadri, mappe antiche della città e altro materiale iconografico).

Nelle immagini l'allestimento dello spettacolo

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