Magazine Mercoledì 2 novembre 2005

Quel lungo filo del telefono

Magazine - Una telefonata nel bel mezzo della notte significa solo brutte notizie.
Questa volta significa lui, che l'ha lasciata senza lo straccio di un motivo. Niente, neanche una delle solite e banalissime scuse.

Comincia più o meno così Non riattaccare (Marsilio, 12 Eu) di Alessandra Montrucchio. Quella che nelle prime pagine sembrava la solita trama della tipa sedotta e abbandonata, prende una piega diversa. Il ritmo subisce una bella accelerata. Già perchè lui non l’ha chiamata né per scusarsi, né per rimettersi con lei. Vuole farla finita, e quella telefonata potrebbe servire a tenerlo in vita. Basta non riattaccare.

Abbiamo sentito Alessandra Montrucchio, che ci ha raccontato qualcosa in più di questo suo ultimo romanzo. «L’ho scritto a cavallo tra il 2003 e il 2004. Non è facile raccontarne la nascita: le idee a volte ti vengono ascoltando e parlando con gli altri. In questo caso sono partita da una situazione comune, da una lei abbandonata. Poi ho pensato cosa succederebbe se lui la richiamasse per chiederle aiuto?». Si trattava di capire quale sentimento sarebbe prevalso in lei: la rabbia, il desiderio di vendetta, oppure l’amore, che diventa anche un po’ compassione?

Centoventi pagine in cui Alessandra Montrucchio racconta questa lunga telefonata di sei ore. Tra Torino, dove vive lei, e Ginevra, dove lavora e vive lui. I due rimarranno sempre incollati all’apparecchio, prima il fisso, poi il cordless, e infine il cellulare, quando lei decide di raggiungerlo. Con il fiato sospeso leggi le pagine che ti separano dal finale, per scoprire se riuscirà ad arrivare in tempo da lui, o se quando aprirà la porta lo troverà come il Marat di David, in una vasca da bagno piena di sangue.
E allora lei si inventa una serie di storie, fruga nel passato, evitando le sofferenza, alla ricerca di parole e fatti e discorsi che tengano viva l’attenzione di lui, che lo distolgano da quel brutto pensiero. Non ci è dato neppure di sapere perché proprio lui, causa delle sofferenze di lei, sia arrivato a meditare di farla finita. Ma non ci si fa caso, perché, come la protagonista, anche il lettore, finisce in questo vortice di tensione, dove la sola cosa che importa è non riattaccare.

Ma perché ai protagonisti non è stato dato un nome? «Credo che più che personaggi, i due siano funzioni, non vorrei dire simboli. Lei è l’amore vero, totale, mentre lui è quello che prende, rappresenta l’ambiguità del sentimento». Non si tratta della solita divisione tra generi. «Nella mia storia è così», spiega Alessandra, «ma poteva benissimo essere il contrario».

Non mancano poi gli imprevisti: come quando, caduta la comunicazione, lei in preda al panico, telefona al vicino di casa di lui, spacciandosi per una terza vicina che ha sentito dei rumori, obbligando il povero signor Grenet, a sfondare la porta a spallate. Ben fatto, perché lui era già in piedi sul cornicione del balcone, pronto a lanciarsi dal settimo piano.

Nonostante la quarta di copertina insinui il dubbio di un’allucinazione, un sogno, il frutto dell’immaginazione di una persona stanca e depressa, il finale è ancor più sorprendente.

di Mina Vitiello

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