Il Carroll più giocatore che moralista - Magazine

Cultura Magazine Domenica 30 ottobre 2005

Il Carroll più giocatore che moralista

Magazine - Da Stefano Bartezzaghi molti hanno giocato sul largo anticipo e occupato un posto a sedere, ma la sala Dino Campana al Teatro della Tosse che ospita la sua conferenza Lewis Carroll giocatore, (sabato 29 ottobre, ore 17.30), generosamente li ospita tutti, anche seduti a terra o in piedi. Presentato da Maria Perosino (Codice), come «colui che studia, gioca e lavora con le parole», Bartezzaghi è sul palco un po’ come il Gatto di Alice (the Cheshire Cat), sorride bonario e sornione, dosa le battute («Mi si è fermato carrollianamente l’orologio, per cui dovrete abbatermi») e parla con rigore e spigliatezza, dando voce a tutte le contraddizioni dello scrittore vittoriano.

Dalle parole di Bartezzaghi emerge un ritratto meno tipico del reverendo Charles Lutwidge Dodgson, -che l’editore ribatezzò Lewis Carroll, scegliendo tra i molti pseudonimi da questi proposti- «un eversore eppure un perfetto vittoriano; un reverendo che non era un reverendo; uno scrittore che non ammetteva di esserlo (soprattutto con i postini); uno che amava le bambine ma non era un bambino e neppure un pederasta; uno molto divertente, ma pedante», insomma esattamente quel controsenso di cui parla spesso Alice di fronte alle bizzarrie dei personaggi di wonderland o oltre lo specchio.

Carroll/Dodgson era un matematico, un logico un pioniere della fotografia e «uno sempre calato in una sorta di infinita conversazione», afferma Bartezzaghi «perciò portava nella sua borsa alcuni trucchetti, nel caso avesse incontrato qualche bambina e avesse dovuto intrattenerla». Tutti i suoi giochi, estremamenti divertenti, che Bartezzaghi non spiega per non cadere in noiose technicalities, sono il frutto di una figura eccentrica, di uno spirito libero e di una mente votata al paradosso. E anche se spesso nei suoi scritti, prima o poi arriva una sorta di morale, tuttavia Carroll non era interessato tanto all’insegnamento, quanto piuttosto alle domande, allo “stupore” (“wonder”), ma anche al grado di perplessità (“to be puzzled”) che si poteva suscitare negli altri e in particolare nei bambini. Sono le domande di ritorno, quelle che vengono da chi sta imparando ad intrigarlo. Altro ingrediente di Carroll era una certa dose di pericolosità, insita nei suoi giochi e nelle sue storie (ricordate la regina tagliateste). «Carroll è inquietante e, del resto, il gioco stesso per definizione avviene sul bilico dell’angoscia. Pensate allo scacco matto, significa che il re è morto ed è una traduzione dal persiano, simbolo della battaglia più cruenta che possa esistere. Caos, agonismo, lotta, maschera e vertigine questi gli elementi del gioco».

Ma perché Carroll ci interessa ancora? Perché parlò di un’infanzia archeologica e immortale, che sebbene fosse molto radicata nel suo periodo storico, riesce a comunicare ancora oggi. Sa «comunicare con tutti coloro, i bambini che, come Alice, non sono tanto sicuri di essere quelli che sono. Capaci di provare meraviglia, ma soprattutto abili a provocarla negli altri, questo il vero segreto». Sul ricordo del celebre incontro tra Alice e l’Unicorno -che vedendosi dicono: “credevo che fossi un mostro meraviglioso”, e fanno un patto: “se tu credi in me -dice l’unicorno- io crederò in te- carrollianamente Bartezzaghi conclude: «Stare al mondo è venire a patti con l’unicorno».

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