Questioni di empatia nella scienza - Magazine

Cultura Magazine Domenica 30 ottobre 2005

Questioni di empatia nella scienza

Magazine - Festival della Scienza
29 ottobre 2005
Lo scienziato e la scienza
Un mondo empatico

Particolarmente intensa e stimolante la conferenza-evento tenutasi oggi, sabato 29 ottobre, in Palazzo Ducale: lungo il filo rosso di tre momenti problematici principali:
1. Perché l’attività di ricerca dello scienziato sembra spesso essere lontana dal rigore algoritmico delle teorie?
2. È possibile delineare una scienza più prossima alle “immagini” usate per produrla, ovvero è possibile una scienza “più umana”?
3. Si dà l’ipotesi di uno studio diretto del modus operandi della scienza?), sono state sapientemente contrapposte due rappresentazioni teatrali (recitazione a cura di L. Del Colle, con la collaborazione di T. Correale) al dibattito filosofico-scientifico di alcuni tra i maggiori esperti odierni del panorama intellettuale contemporaneo.

In seguito all’intervento di carattere introduttivo-metodologico di Franco Rebuffo, spicca l’attenzione che è stata riservata all’indispensabile fluidità che deve caratterizzare le frontiere – limes – della scienza (intervento di Carlo Sini): a tale scopo, è infatti necessario mostrare che la pratica del sapere non è mai monolitica, ma che essa vive e si costituisce su di un’armonia empatica (empatia è qui da intendersi come con-sentire), frutto degli scambi reciproci tra le diverse discipline e le differenti esperienze (tema successivamente ripreso anche da Aldo Giorgio Gargani). La scienza non esiste senza l’appoggio della filosofia, ovvero di quell’amore (philia) per il sapere che spinge alla ricerca, investe ogni ambito e caratterizza il passato, il presente e il futuro di ogni scoperta scientifica.

L’invenzione oltrepassa la purezza del metodo, in quanto per prodursi esige la capacità di immaginazione: essa si dà spesso secondo modalità che spingono lo scienziato ad andar contro l’opinione comune del proprio tempo, sconvolgendo i canoni di riferimento abituali (si tratta di un cambiamento di paradigma: il passo decisivo, a livello filosofico, è costituito dal Discorso sul metodo di Cartesio; il tema è stato sviluppato anche da Giulio Giorello, che ha insistito sulla continuità presente anche laddove sembri invece presentarsi discontinuità rispetto alla tradizione, poiché le “nuove” teorie degli scienziati sono in grado di comprendere al loro interno anche gli “errori” compiuti dai loro predecessori).

I linguaggi usati dalla scienza contengono molto più di quanto non sembri: gli episodi più eminenti di sviluppo scientifico sono infatti quasi sempre accompagnati da grandi metafore a cui gli scienziati rimangono legati (sono gli aspetti tematici della scienza). Tali metafore, costruite su di un modello di “pensabilità” legittima, sono indispensabili punti di partenza di pressoché ogni scoperta scientifica ed incontrano tanto maggior successo, quanto più alto è il realismo interno alla teoria elaborata a livello immaginativo. Abbiamo dunque una forma di sapere adeguata alle nostre domande? La risposta è positiva solo laddove la scienza si mantenga in un dialogo aperto (che la rende essenzialmente mobile ed in perenne sviluppo) con tutte le discipline ed esperienze che costituiscono l’intero del possibile umano.

Barbara Scapolo

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