Einstein e il suo clone - Magazine

Cultura Magazine Sabato 29 ottobre 2005

Einstein e il suo clone

Magazine - Un appuntamento di cabaret-scientifico è la divertente opera buffa, per voci e pianoforte, presentata da Luca Novelli (scrittore di libri per ragazzi, tra cui Einstein e le macchine del tempo) al Café Garibaldi (via Ai Quattro Canti di San Francesco – Genova), insieme a Mariangela Agostini e al maestro, nonché matematico, Carlo Rivadossi al piano. Il geniale Albert Einstein e il più ordinario clone –rinominato, dalla fidanzata Marta, Zio Alberto- vivono l’uno affianco all’altro in un’ideale accelerazione, per cui un anno di vita del clone -inventato da Novelli nel 1991- corrisponde ai 76 del fisico più noto al mondo. Una metafora della teoria di Einstein, formulata nello scritto Il tempo è cane (inclusa da Novelli nel suo Ci vuole una fisica bestiale, edito da Comix), secondo cui, nelle parole del clone, «più si corre più il tempo rallenta».

L’idea del clone, a Novelli è venuta in tempi non sospetti (1991), quando all’orizzonte ancora non c’era la pecora Dolly. Inventandosela con Ci vuole una fisica bestiale, Novelli vendette 100mila copie. L’operetta è già stata presentata ai Giochi di Einstein di Trento e al Festival della Letteratura di Mantova, mentre in Germania (dove il libro Einstein Relativ Verliebt è alla quarta edizione) è già un conteso pezzo di cabaret. «L’intento – dice Novelli- è divertire, la divulgazione scientifica la faccio con i libri. Il mio Ippocrate. Medico in prima linea, l’ho regalato anche a Veronesi».

Senza grandi apparati scenici si ride di un clone più interessato alla birra che alla fisica e si riflette su un fisico che fu «sinceramente pacifista», non intervenne in modo diretto alle ricerche sulla bomba atomica, ma ne creò i presupposti. Leggendo con piglio allegro, a tratti volutamente drammatico, le biografie parallele di Einstein e del suo clone, il pubblico del Festival viene vivacemente rinfrescato su alcune semplici ma cruciali vicende personali di un genio: amante delle donne, ricambiato; fisico a lungo incompreso; impiegato all’ufficio brevetti di Berna; tra pannolini e pappe del suo primogenito, scrisse la celebre formula E=mc2; nel 1916 pubblicò il suo saggio sulla Teoria Generale della Relatività. Nel 1921 arriva il Nobel per la fisica e, nel 1940, diventa cittadino statunitense, restando amico dei rossi e facendo dichiarazioni feroci contro i nazisti. Muore nel 1955 di un aneurisma adominale (Princeton, New Jersey), sarà cremato e le sue ceneri disperse in luogo segreto. Salvo il cervello, tempestivamente sottratto e messo in formalina.

Il clone invece, aspetto da single di mezza età e pancetta, vive tra eccezionali accelerazioni di crescita (a tre mesi ha le pulsioni di un quattordicenne) e il tempo lento di chi non ha un impiego, ma non se ne preoccupa. Cazzeggia nella cantina del genetista-fai-da-te che l’ha creato; si fidanza prestissimo con la giovanissima Marta, dall’ombellico di fuori; intasa internet navigando senza interruzione; beve birra e la fisica gli interessa se in forma femminile e morbida, in questo campo sostiene di fare «ricerca pura». E quando il suo genetista-fai-da-te lo accusa di perdere tempo, lui ribatte: «il futuro non è ancora, il passato non c’è già più, quindi il tempo non esiste. Di cosa stai parlando?». Ma la mattina successiva alla festa di compleanno, il genetista-fai-da-te è seriamente preoccupato: lo zio Alberto è riverso sul divano e sembra privo di vita. «Condizioni ottime –farfuglia questo con voce impastata- per fare biochimica e sesso», al che il genetista-fai-da-te sgomento dice fra sè e sè: «Forse era meglio che clonavo Kim Basinger».

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