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Cultura Magazine Mercoledì 26 ottobre 2005

Pronti, ai posti, via!

Magazine - Ci siamo, da domani, giovedì 27 ottobre, avete tredici giorni, fino all’8 novembre (qualcosa in più per alcune mostre) per guardare la scienza da vicino: con il microscopio o senza, toccandola con le mani, assaggiandola, vivendola in esperienze interattive o sentendovela raccontare (in conferenze e spettacoli) come ciclo di scoperte e frutto di ricerche storiche o recentissime, nelle sue multiformi applicazioni al . È la «bella macchina», come l’ha definita l’Assessore alla Cultura del Comune di Genova, Luca Borzani che in tre anni «ha saputo creare ottime sinergie e intrecciarsi con i temi dell’innovazione scientifica e tecnologica particolarmente attuali per la città di Genova, in un tempo di conversione e di preparazione in vista della costituzione dell’IIT, la cittadella della scienza. Il Festival della Scienza sottolinea la nuova identità della città e il livello di attrazione nazionale e internazionale raggiunto».

Con Borzani, Manuela Arata, presidente del Festival e direttore dell’ (Istituto Nazionale per la Fisica della Materia) e Vittorio Bo, direttore del Festival e fondatore di (anche ), concordano sul successo della manifestazione scientifica giunta al suo terzo anno e soprattutto sono un’unica voce a proposito della «necessità e opportunità che il Festival si sedimenti come luogo complessivo di produzione» per tutto l’anno, uscendo così dallo schema dei dodici/tredici giorni e favorendone uno sviluppo «non solo come soggetto culturale ma anche economico». E se Borzani frena sulle forme e modalità della «sedimentazione» del Festival, Manuela Arata anticipa la costituzione nel 2006 dell’Accademia/Scuola per animatori scientifici. «Addestreremo gli “spiegatori scientifici”» afferma Arata e continua «l’esperienza ce l’abbiamo già. Fin dall’inizio abbiamo investito sui nostri animatori – universitari impegnati sulle mostre per offrire la scienza in modo accattivante - che hanno seguito un corso di formazione (tra tecniche di comunicazioni, nozioni specifiche sulla presentazione delle diverse discipline ed espressione teatrale). Quindi agiremo così: prima facciamo la scuola, poi chiediamo la targa all’Europa. Alla base del progetto c’è l’idea di dare una formazione diversificata (di livello universitario ma anche da scuola superiore)», spiega Arata «e replicare la formula di , un programma di scambio che ha portato al Festival del 2003 studenti asiatici con i loro elaborati (exhibit e laboratori). I contatti per i tutor sono già in atto a livello internazionale con Bruxelles e la Svezia ma anche con le eccellenze italiane (tra cui Napoli e Trieste)».

L’imminente presente lo racconta Vittorio Bo: «Ci tengo a sottolineare che il Festival non è bulimico. Non ingrandisce per desiderio di onnipotenza, bensì in funzione delle aspettative dei visitatori», e infatti quest’anno i giorni di festival sono tredici, invece che dodici e oltre 250 gli appuntamenti perché le prenotazioni sono raddoppiate prima ancora che cominci (da 14.000 del 24 ottobre 2004 ai 28.000 del 24 ottobre 2005). E così più spazio ai bambini che, quest’anno, sono accolti con proposte dedicate, a partire dai tre anni. «Faccio solo due esempi: Bio-bubble (al Complesso di S. Ignazio – via Santa Chiara), che propone un bellissimo viaggio all’interno di una cellula, in scala 450.000», in grado di ospitare 40 persone, per scoprirne i segreti e le relazioni profonde dei mattoncini alla base della vita, «E il laboratorio sugli scavi archeologici, all’interno della mostra I segreti dei dinosauri (alla Loggia dei Mercanti, in piazza Banchi)».

A proposito del futuro è proprio Vittorio Bo a dare qualche notizia in più sui possibili sviluppi: «Noi possiamo riuscire a creare un organismo a doppia velocità, sfruttare il festival come fosse una Biennale della Scienza, con capitoli che possano diventare il palinsesto per la programmazione culturale della città». Sia Bo che Arata infatti vedono con scetticismo la costituzione di un museo della scienza. A questo proposito Bo ricorda quello di Amsterdam, progettato da Piano, che ha appena chiuso. «Tutti i poli permanenti sono costosissimi» aggiunge Arata e continua: «tutti hanno il problema di doversi rinnovare. Noi invece partiamo dalle novità e, poi, decidiamo cosa resta, cercando, dove è fattibile, di tenere le mostre/exhibit aperti più a lungo che possiamo».

In chiusura e nuovamente all’unanimità Borzani, Bo e Arata sfatano le paure su un possibile scippo del Festival alla città. «Ad oggi i confronti che abbiamo avuto sono stati solo per costruire. Sta a noi. Non ci sono demoni esterni», chiarisce Bo. «È importante che ci sia un’intensa e reciproca valorizzazione e ben vengano altri festival in Italia come Bergamo, Venezia e Perugia. Quello che ci vuole sono tanti amici, amici veri che abbiano voglia di fare. Come dimostrano tante associazioni nazionali (come il FAI), l’apporto di ognuno, anche piccolo, può diventare cruciale se ad aderire sono migliaia. Molti genovesi potrebbero diventare Amici del Festival, appropiarsene e diventarne persino custodi gelosi, ma calorosi. La cultura quando cresce chiede sempre di più».

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