Magazine Martedì 13 febbraio 2001

Prosegue il racconto di Umberto Costa

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Il giorno dopo il Corriere Mercantile, quotidiano genovese del pomeriggio, esce con un’edizione straordinaria la cui prima pagina è per l’80 % dedicata ad un titolo cubitale su tre righe: RUBATO IL SACRO CATINO. La notizia è data in seconda dai telegiornali dell’una e poi ripresa in prima pagina da tutti i quotidiani nazionali, con un rilievo particolare su quelli cittadini.
Immediatamente è un affollarsi di giornalisti ed inviati al botteghino del Tesoro per avere dettagli sullo svolgersi dei fatti, sul valore della refurtiva, la sua storia e quella di altri pezzi in mostra. L’effrazione era stata scoperta dalla guida all’inizio del giro delle 9,30, più per la posizione fuori asse del piatto sostitutivo che per la sua rozzezza. Il foro è stato visto successivamente. La scarsa pubblicistica presente all’ingresso va a ruba ed il giorno successivo, anche grazie all’assenza di notizie di rilievo sia sul fronte politico che della cronaca, il furto è nuovamente nelle prime pagine con articoli che approfondiscono la leggenda che circonda sia il Sacro Catino che il piatto di San Giovanni Battista, un altro pezzo del museo con il quale si crea un po’ di confusione.

“Era stato ricavato da uno smeraldo gigantesco” scrive nel sottotitolo Il Piccolo di Trieste.

Famiglia Cristiana dedica al furto un servizio di 8 pagine, dove si apprende fra l’altro che, secondo la leggenda, il Catino sarebbe stato recato a Genova dai Crociati dopo la presa di Cesarea, avvenuta nel 1101, e sarebbe stato scelto fra pezzi ben più preziosi in quanto identificato come il Santo Graal.
Ma cosa era il Santo Graal? Il bacino nel quale fu raccolto il sangue dal costato di Gesù crocifisso? Il calice usato per l’ultima cena? L’articolo prende quindi lo spunto dall’evento per parlare più diffusamente di Crociate e degli insediamenti dei Padri Templari e rinvia ad una serie di ulteriori servizi sui prossimi numeri...

Sul Corriere della Sera uno storico accredita invece la tesi che il catino facesse parte del bottino della flotta genovese dopo la conquista di Almeria del 1147 e racconta che Napoleone lo fece requisire e portare a Parigi nella convinzione che Gesù vi avesse mangiato l’agnello durante l’ultima cena. Quello che è certo è che, nel trasporto a Parigi, esso si ruppe in dodici pezzi e che quando nel 1816 venne restituito alla città di Genova, ne mancava una porzione.

A dare una calmata a fantasie e speculazioni arriverà poi il numero di Marzo dell’autorevole National Geographic a precisare che recenti studi su di un frammento del Catino avevano accertato senza possibilità di equivoco che si trattava di un’opera dell’arte vetraria islamica che si poteva far risalire al IX Secolo d.C.

Ma ormai il fascino delle Crociate, di Erode, di Erodiade e Salomè aveva conquistato mass media ed opinione pubblica, più attratti dalla rivisitazione di quel mondo ancora avvolto nel mistero e nel mito che non dal desiderio di conoscere la vera storia del Sacro Catino. Clamoroso a questo proposito lo svarione di un diffusissimo rotocalco settimanale che, confondendo il Catino con il piatto di San Giovanni Battista, ripercorre tutta la storia di Salomè, della danza dei sette veli e della decapitazione del Battista nella erronea convinzione che in quel catino Salomè avrebbe presentato ad Erode la testa del Santo.

Sarà il fascino di queste lontane vicende, sarà che sul fronte politico si parla solo della ennesima verifica nell’Ulivo che non interessa a nessuno, sarà che il campionato di calcio è appena agli inizi, fatto sta che il furto continua a tenere banco sulle prime pagine, con notizie sullo stato di avanzamento delle indagini e le molteplici ipotesi sui moventi dei ladri, mentre il contorno storico straripa nelle pagine culturali di tutti i giornali e per alcune domeniche appare in varie forme nell’inserto del Sole 24ore.

Quello che desta maggior stupore è l’interesse che rapidamente si diffonde su tutta la stampa mondiale, e segnatamente nei paesi a prevalenza cattolica.
In un articolo sul francese Le Monde si parte dal rinnovato interesse che le vole de Gênes ha creato intorno alle crociate, per una dotta dissertazione sull’argomento. Il feudalesimo di stampo germanico, si afferma, con la spartizione fra tutti i figli di terre ed averi, ha determinato un accentuato frazionamento in stati e staterelli, quello di stampo francese, rispettoso dei diritti della primogenitura ha, da un lato, garantito l’unitarietà dello stato e dall’altro, creato fra i figli cadetti una moltitudine di sbandati e cavalieri di ventura per i quali l’alibi della difesa del Santo Sepolcro dalla minaccia ottomana diventava un’ottima occasione per raccogliere fondi da convogliare in un’impresa che consentiva di dare libero sfogo alla loro “esuberanza”.
Umberto Costa

Bhé, ci siamo fatti un po' di cultura.
Fra qualche giorno scopriremo dove è finito il Sacro Catino...
di Annamaria Tagliafico

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