Una tragedia contemporanea - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Corte Mercoledì 19 ottobre 2005

Una tragedia contemporanea

© Bepi Caroli


Lo acclamano «Bravo, bravo».
Dal fondo della platea sale un coro cupo ma festoso, tutto dedicato a Eros Pagni. E questa volta anch’io mi unisco al coro, sinceramente.
Nella parte di Willy Loman, in , testo di Arthur Miller, vincitore del Pulitzer, che ha debuttato ieri sera, martedì 18 ottobre al Teatro della Corte (fino al 6 novembre), Eros si produce in una grande prova d’attore, dando il meglio di sé. Durante le prime scene, stento persino a vedere l’attore, perché Eros entra subito in parte, dando vita al protagonista Willy senza mostrare se stesso. Bravo!

Il testo di Miller, d’altra parte, non ha bisogno di ulteriori commenti apprezzativi: è una magistrale tragedia contemporanea, al di là di ogni localismo. La storia degli ultimi giorni della vita di un rappresentante (Willy Loman), all'interno della sua famiglia (moglie e due figli maschi). Willy, segnato dalla sconfitta, decide con gesto estremo di compiere l'ultimo possibile atto di riscatto in vista di un'assicurazione sulla vita sempre pagata a scadenza.

Certo che c’è l’America dei primi anni 50, ma c’è anche molto altro. C’è moltissimo della sofferenza urbana contemporanea: c’è il precariato professionale – condizione imprescindibile di noi giovani di oggi -, c’è la fatica quotidiana di chi arriva vicino alla pensione, ma ancora senza soddisfazioni, né traguardi economici - sempre solo sfiorati - e nessuna certezza da portare a casa; c’è il licenziamento a fine carriera per scarsa produttività; c’è anche tutta la crudeltà di una società che mette l’uomo e la donna a dura prova quotidianamente, senza dargli mai nessuna notorietà, nessun riconoscimento umano. C’è molto in questo testo. C’è anche quel modo di dire comune ce n’è a casa di tutti. C’è la sconfitta dell’uomo, non solo come individuo, ma come maschio, perché traditore non convinto, e come padre, perché ha tirato su un figlio borioso e incapace di affrontare le difficoltà e quindi affermarsi.

A sostanziare la portata tragica del testo, la scelta registica di Marco Sciaccaluga, coadiuvata dalla semplice quanto efficace scenografia di Valeria Manari. Unificando lo spazio in un solo ambiente mutevole, Sciaccaluga e Manari aiutano il pubblico a concentrarsi su testo e interpretazione: il titolo compare battuto a macchina, carattere dopo carattere, sul fondale trasmettendoci un ritmo e un certo gusto cronachistico alla Truman Capotte. Lo spazio, modellato ad anfiteatro, tinto da un rigoroso grigio scuro, e arredato da sei porte che aprono sui molti ambienti della storia ben rappresenta anche uno spazio interiore della mente; uno stato di disagio, quello di Willy, che si profonde anche nel corpo scuotendolo e rendendo tutta la sua persona intollerabile agli altri (forse l’acustica soffre un po’ di questa soluzione, quando gli attori agiscono dietro le porte o quando non rivolgono la loro voce verso la quarta parete). Il perpetuo viaggiare, il muoversi di continuo, ma non sempre a buon fine, di un commesso viaggiatore a fine corsa è reso al centro della scena in una base circolare rotante, che Eros/Willy percorre con le sue grosse valige restando fermo sul solito punto.

In un cast di dodici attori spiccano le interpretazioni di Orietta Notari, coprotagonista, nella parte della moglie Linda, quella di Gianluca Gobbi (il primogenito Biff), a tratti indebolito dai molti flashback che contrappongono un figlio di successo ad un figlio fallito, alter ego del padre. Delude, ahimè, Aldo Ottobrino, (nel secondogenito Happy), che spinge il suo personaggio verso tinte caricaturali (forse non particolarmente sostenuto dal testo?). Precise le giovani , (la Pieri anche assistente alla regia) e Stefania Pascali, impegnate in piccole parti, alla loro prima grande produzione. Tornando alla Linda della Notari, una parte difficile la sua, mortificata. Una parte storica che racconta uno status femminile, condiviso da molte donne/mogli del mondo occidentale - ancora oggi - a casa a rammendare e a tenere gli amari conti di un lunario che non si sbarca mai, con un fine mese incombente pieno di risentimento, che stringe la coppia tra i morsi dell’ansia e quelli dell’incessante necessità di riscatto.

A fianco a me, per la serata, la nostra collaboratrice Marina Giardina, anche lei pienamente appagata della serata: «sì bello... davvero... la macchina da scrivere che batte il tempo; la vita come porte da cui entrare, uscire e definitivamente andarsene... e poi la morte che lo (Willy, ndr) porta via, in bianco, non in nero... la morte che lo viene a trovare come in Bergman, per fare il punto della sua vita; la tragedia dell'uomo comune... è così attuale. Ricordo un libro di Bellow che aveva lo stesso cinismo sofferto: L'uomo in bilico (primo romanzo dell’autore americano, Dangling man, 1944, ndr)».

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