Magazine Martedì 18 ottobre 2005

Le Langhe di Orengo, un mondo che cambia

è, tanto per cominciare, il titolo più bello dell’anno (insieme a , di Antonio Franchini, del quale un’altra volta, se avete fiducia, lettori miei e non della ventura).

Nico Orengo è un grande inventore di titoli: dall’ , romanzo fatto da parole di donne, all’Intagliatore dei noccioli di pesca, di cui ha già parlato e fra i cui personaggi ci sono anche io. In questo nuovo romanzo, io non ci sono più (peccato. Magari il prossimo, chi sa), ma c’è dentro una storia diversa da quelle che finora Orengo ci ha raccontato. Intanto, cambia la location: non più l’estremo Ponente Ligure, caro ai suoi amici e .

Stavolta ci si muove nelle Langhe, che per la letteratura italiana recente vogliono dire soprattutto . Di quelle Langhe, naturalmente, è rimasto poco (l’ultimo romanzo pubblicato in vita da Fenoglio, Primavera di bellezza è del ’59).
Orengo racconta i cambiamenti di quella terra, la ricchezza che è arrivata per una via gustosissima, quella del vino, e che però ha portato con sé “capannoni industriali, una lunga fila di hangar che impediscono la luce delle colline. Outlet, Trony, Casa della luce, Divani & Divani” (e prosegue: una chiusa di capitolo magistrale).

Ma Orengo non ha scritto soltanto un libro di denuncia.
Di viole e liquirizia è anche un libro di eros e nostalgia, saturnino, con l’eleganza che è propria del suo autore.

Il protagonista è Daniel Lorenzi, sommelier italo-francese partito da Parigi per un corso di degustazione. Nel corso del racconto, se ne scopre la famiglia dissestata: una separazione, la figlia Nicole persa in una vita di dissoluzione (dev’essere bellissima: una di vent’anni fa). In Langa, conosce tanti uomini, ognuno con la sua visione del cambiamento in atto, ma soprattutto una donna inquieta, Amalia (lei è Isabelle Adjani in , anche se Paolo Collo, ispanista amico di Orengo e mio, pensa piuttosto a ).
Tra i due nasce un’intesa e qui si ferma il mio racconto, perché Di viole e liquirizia non bisogna raccontarlo tutto: va letto come un libro che, in mezzo a vini di pregio e donne restìe, è fra i più sensuali usciti in quest’anno ruvido. Ne ho parlato per posta elettronica col suo autore, in attesa di presentarlo, a metà novembre, a , cioè a casa sua.

Da cosa nasce la sua passione, e poi la sua perizia, nella descrizione di paesi piccoli, nuclei di persone circoscritti, universi quasi concentrazionari?
In tempi di realtà a schegge e di globalizzazione, forse un microcosmo lo si riesce ancora a descrivere, a fermare: penso al caseggiato di Perec o a certi microcosmi di Magris. Io stesso sono vissuto in un mondo piccolo, controllato e controllabile, e così ho continuato a fare, esistenzialmente: anche intellettualmente, nello spazio delle case editrici, dei giornali, delle gallerie d'arte, dove c'è più individuo e meno folla.
Perché tanti personaggi di questo libro sono o sembrano in fuga da qualcosa, per lo più con segreti che non si possono rivelare se non a sconosciuti?
La vita è fuga, naturale o costruita: si fugge dall'infanzia, si fugge dall'adolescenza. Si fugge o si cammina verso qualcosa d'altro, portandosi dietro piccoli o grandi segreti che son sempre più facili da raccontare ad uno “sconosciuto”, proprio perché ci sono meno inibizioni, si sà che ci si incontra e ci si perde... si sa già che non ci si ferma, che non si starà insieme...
Al di là di eventuali esigenze narrative, perché lo sconfinamento della storia nella Liguria a lei più nota? L'esigenza narrativa: andare a prendere Nicole era importante.... Ma credo anche per inserire una distonia, uno strappo nel tessuto narrativo, un tempo già invernale, come un gelo dei sentimenti e forse, visto che con Il salto dell'acciuga avevo attraversato il Tenda dalla Liguria al Piemonte, provare a farlo nella direzione inversa.
di Giovanni Choukhadarian

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