Magazine Lunedì 17 ottobre 2005

Un mondo senza sbronze? Mai!

Una domenica mattina, con la bocca più asciutta del solito per una festa finita molto tardi, apro un libretto dal titolo Trattato sui postumi della sbornia. Le ore dell’inutile pentimento (Castelvecchi, pp.189, 12 Eu), del brillante scrittore basco Juan Bas. Che sia lì la soluzione per una giornata iniziata con un mal di testa di troppo? Per carità, qui non si tratta di trovare un rimedio all’ineluttabile, che nel day after bisogna soffrire e basta. Ma provare a ridere di se stessi può aiutare.

Juan ci conduce con ironia attraverso quello che definisce: "il duro prezzo che si paga dopo aver assaporato il piacere di una bella sbornia". È la risacca, hangover in inglese, gueule de bois ‘muso di legno’ in francese, Kater ‘gatto’ in tedesco, come si legge nel capitolo della letteratura comparata.
Chi non si è mai svegliato con almeno una manciata di questi sintomi: "cefalea, secchezza delle fauci, irrigidimento cervicale, sudori freddi, vampate, tachicardia, fotofobia, capogiri, nausea, vomito, acidità, depressione, sentimentalismo, idiozia...", diciamolo subito, rimane tagliato fuori da questa lettura.
È lo stesso autore a dire che "si autoescludono di questo umile trattato quegli strani esseri, gli astemi […] Gente di cui è d’uopo diffidare e da cui è consigliabile rifuggire". Sono altrettanto esclusi gli alcolizzati, "che si sono bevuti in un botto la razione di una vita" e sono da compatire. Qui si parla di bevitori seri.

Il libro di Bas è un vademecum completo sul doposbronza: individua la componente chimica del malessere, un enzima rilasciato dal fegato per metabolizzare tutte le nostre trincate dal nome alcol deidrogenasi; dà utili consigli su cosa non bisogna fare nelle giornate in questione (non andare al Luna Park, allo stadio, a teatro, in discoteca, nel metro, ma soprattutto non contraddire il coniuge e non andare dal medico); fornisce i riferimenti storici, che le ciucche – si sa - si prendono da millenni.

Molti sono i tipi risacca: devastanti, folli, libidinosi-onanisti, trogloditi, acefali, deja vu, filantropici, consumisti, claustrofobici, agorafobici, e così via. Insomma, qualsiasi tipo di paranoia o tendenza psicologica, in quei giorni è esaltata all’inverosimile.
Si viene a sapere così che "il patetico Hitler" - patetico perché con tre bicchieri di vino aveva i postumi - decise di attaccare la Russia il giorno dopo che la moglie gli fece bere Dom Pérignon oltre la misura. I suoi sono postumi ira teneatis.

Dopo i lunghi (troppo?) capitoli dedicati alle classi della risacca, si giunge finalmente ai medicinali e alla dieta. Fra i palliativi, vitamine e Aspirina la fanno da padrone: "l’acido acetilsalicilico è una delle grandi invenzioni dell’Umanintà", dice l’autore. Molti più dubbi sulle droghe. Visto che siamo in periodo di polvere bianca, cito: "dicono che una striscetta di cocaina faccia passare i postumi. Non è vero, fa solo in modo che subiscano una mutazione e diventino folli-nevrotici". Apperò…
Infine, cosa buttare nello stomaco il giorno dopo che si è ingolfato di alcol? Juan ha una vera e propria teoria anche per questo. Nelle ultime pagine campeggia il menu della risacca.

Divertente e impenitente, consapevole, autoironico. Dopo ogni bevuta bisognerebbe avere questo libretto sul comodino, per capire in che stato si è e riderci su.
C’è poi un finale con tanto morale (?!), in cui l’autore spiega che se un giorno inventeranno il farmaco antirisacca bisognerà distruggerlo, perché "un mondo senza postumi sarebbe un mondo senza bevitori […] un mondo triste e solo apparentemente più solenne. Un mondo senza risacca sarebbe ancora peggio di questo".
Infine, questo libro ha una delle copertine più belle che io ricordi.
di Daniele Miggino

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