I Figli di Eva e dell'Uranio - Magazine

Teatro Magazine Museo di Villa Croce Venerdì 14 ottobre 2005

I Figli di Eva e dell'Uranio

© Paolo Porto

Magazine - Villa Croce. Sul muro bianco spiccano numeri d’oro.
In stampatello maiuscolo, dall’1 al 92.
È la Tavola degli Elementi - sullo scalone della villa - interpretata da e stesa in bella calligrafia nero su bianco, sotto ogni numero, da Brody Neuenschwander, americano di Huston, da quindici anni al fianco di Peter e dalla genovese .
Ideale traccia dell’allestimento-spettacolo, i commenti ai diversi elementi sono ironica e poetica valutazione del mondo e dell’umano, spesso costruiti come Nursery Rhymes: 66 DYSPROSIUM Sixty-six. Pick up sticks. And difficult to get near; 72 HAFNIUM Seventy-two. Buckle my shoe. The ancient name of Copenhagen; altre, come rielaborazioni di antichi miti: 63 EUROPIUM Raped by a skull; o, ancora, brevi componimenti poetici, lungo giustapposizioni di termini che raccontano l’intera storia e fortuna dell’elemento: 79 GOLD Gold Old money, Coast and crest, and digger and dust, and age and eye, and gate and goose, and hand-shake and horn, and retriever and rule, and syrup and section, and finch and fish, and leaf and plate, and reserve and smith, and standard.

I figli dell’uranio è un’anteprima mondiale (dal 3 al 6 novembre) del (27 ottobre – 8 novembre), un lavoro a tre mani (e forse anche qualcuna in più) che vede Greenaway redattore del libretto, - al fianco di Peter anche nella vita - come regista, mentre Andrea Liberovici si occupa delle musiche.
Nell’effervescente cantiere dello spettacolo, dove scorrono tubi innocenti, corde e fili elettrici a volontà, l’allestimento cresce e le stanze che ospitano gli otto figli dell’uranio sono pressoché pronte. L’eletta progenie include Isaac Newton, Joseph Smith (fondatore dei mormoni), Madame Curie, Albert Einstein, J. Robert Oppenheimer, Nikita Krushev, Mikhail Gorbaciov, George W. Bush e Eva. Sì anche Eva, compagna/compagnia di Adamo, qui presente in una stanza/Paradiso in qualità di «responsabile del concetto stesso di conoscenza» (per via della mela), spiega Saskia Boddeke.

Quello che vedremo è il teatro-musicale della Boddeke, regista di opere liriche con un background al confine tra musica, parole e immagini, all’ombra del maestro , «undeniable influence», afferma lei. Dentro questo spettacolo, che si colloca all’interno delle celebrazioni per l’anno mondiale della fisica, l’anno europeo del ricercatore, i 100 anni dalla prima dichiarazione della relatività di Einstein, i 50 anni dalla morte di Einstein e i 60 dal lancio della bomba atomica su Hiroshima, gli autori intendono inserire una riflessione sulla religione, inducendo un dubbio sulla serie di regole scritte, man-made rules, scritte dagli uomini ma che esprimono un volere divino.
Dieci attori sono chiamati ad intervenire nella performance: tra di essi, il baritono olandese Roger Smeet (che canta tutti gli elementi e Moroni, l’angelo americano del mormone Joseph Smith) e alcuni genovesi: Fabrizio Matteini (Einstein), Boris Vecchio (Oppenheimer), Sara Gianfriglia (Madame Curie) e un altro italiano, non genovese, nel ruolo di Gorbaciov, Adriano Yuresevich.
Lo spettacolo-mostra resterà visibile fino all'8 gennaio, con altri orari, per un pubblico di 70/100 persone in un loop di sei ore che va avanti non-stop, in cui è il pubblico stesso a stabilire quanto dura la fruizione, in virtù di quanto ognuno desidera fermarsi in ogni stanza.

La vera storia di questa opera complessa e prestigiosa va narrata. Il perché nasca a Genova, of all places, va assolutamente raccontato, in quanto si tratta di fortunose coincidenze, di attimi colti, di combinazioni virtuose raggiunte. Accade che l’agente di Peter Greenaway, della Boddeke e di Liberovici sia la stessa persona: Ifat Nesher. Accade che lei proponga a Liberovici di spedire alcuni CD a Greenaway. Dopo poche settimane una telefonata e poi l’incontro ad Amsterdam. Greenaway/Boddeke restano felicemente impressionati dal concerto di Liberovici fatto con le voci dei dittatori del ‘900, , perciò gli propongono di fare insieme proprio I figli dell’uranio, progetto già esistente e, al tempo, ideato per un’altra occorrenza del 2010. Che salta. Così Andrea Liberovici torna in patria e contatta Pericu, Borzani e e il gioco è presto fatto. Si fa per dire.

«La composizione che ho creato – dice Liberovici - è totalemte nuova, sto musicando il libretto. È un ping-pong: loro mi chiedono un elemento, io glielo dò e da lì partono per costruire il puzzle, nelle 10 stanze, e per darmi di conseguenza un nuovo input e un nuovo elemento. Sono due geni, è un piacere e uno stimolo lavorare per loro. Sono obbligato ad uscire dal mio autarchismo gotico per mettermi a completa disposizione, non so con quanti altri lo farei. E poi sono felicissimo di come usano le mie musiche».

Nelle foto Andrea Liberovici, Peter Greenaway, Saskia Boddeke.

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