Magazine Venerdì 14 ottobre 2005

Lucia, creatura candida

Candore (ExCogita Editore, 12 Eu) è la storia di Lucia, una giovane donna segnata da una diagnosi infausta.
Il racconto si svolge in manicomio e il diario, che lì tiene Lucia, permette di percorrere la sua esistenza «in un avanti e indietro di fatti, emozioni e scombuiamenti abissali, turbamenti e esaltanti emozioni, dalla sua nascita, fino al momento in cui, guarita, deve prendere la forza per andare nel mondo», mi racconta l’autrice, Luciana Amisano.

Questo libro «scritto, inavvertitamente sotto forma di romanzo», perché in realtà di saggio di psichiatria si tratta, è un caso clinico narrato, «è come una sintesi delle storie di pazienti che in tanti anni di professione ho incontrato».

Una storia esemplare quindi, dedicata proprio a loro, ai pazienti. «L’ho scritto per comunicare e per poter far comprendere semplicemente che si può, da uno stato di sofferenza indicibile giungere, non solo a vivere nel mondo, ma ad essere, a saper dare: diventando a volte, da curati, curanti». Che è proprio quello che accadrà alla nostra protagonista.

Lucia è un soggetto complesso e il suo viaggio terapeutico è anche un percorso spirituale. «Un cammino» racconta l’autrice, «permeato dalla dote fantastica della preveggenza, che può essere contemporaneamente fonte di malessere – quando Lucia non viene riconosciuta ma oltraggiata – e di salvezza, per sé e per gli altri, se compresa».

Questo romanzo della Amisano, che ha già pubblicato due libri di poesie: Correva voce e Le mani sulla fronte, è una vera e propria manna per gli addetti ai lavori: «mi è stato infatti chiesto di portarlo nelle Università e nei Licei e di fare tavole rotonde».

In un primo momento il titolo era Edelweiss che, in tedesco, significa bianco nobile» mi racconta la Amisano. Lo aveva scelto perché «Lucia vive e ha bisogno del bianco -proprio com'è la sua stanza nel manicomio - sul quale tutto si può imprimere e, senza dubbio, lei è una creatura nobile». Ma edelweiss è anche la stella alpina e avrebbe finito col portare i lettori fuori strada, evocando il fiore, anziché il candore.
In questo romanzo ogni termine è scelto con cura, «ma non è stato uno sforzo», dice l’autrice che continua, «è il mio lessico familiare: mio padre a tavola raccontava le sue novelle e poesie. La parola era il nostro cibo, parola come amore, comunicazione, dono di presenza».

Ci sono poi alcuni termini che al lettore potrebbero sembrare strani e inventati «e invece esistono, magari non si trovano su tutti i dizionari», mi dice mentre si alza e ne tira giù alcuni dalla libreria. «Questo è del 1913, per esempio, e poi questi altri, e ti assicuro che ci sono tutti, molti termini sono di derivazione francese».
di Mina Vitiello

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