Magazine Giovedì 13 ottobre 2005

L'importanza di chiamarsi, e basta

Uno status.
Il nome d’arte è una bestia strana: però serve, rende enigmatici, quasi impalpabili.
Per quanto mi riguarda, ho coniato un nickname per esigenze informatiche (la rete è maligna e qualche d'uno arriva sempre prima di te...) l'anno scorso, dopo un'estate caratterizzata da mobili che entravano, mobili che uscivano, fissativo che s'impregnava, fazzoletto bagnato che usciva, targhette del citofono smontate, modificate, incollate.
Questo nickname mi serve unicamente per entrare nel magico mondo della rete. Mi sono sempre divertito a contattare ragazze scrivendo. Per me è un gioco.
Iniziai a quindici anni, quando la rete serviva al massimo per fare dello strascico in mare e nessuno conosceva questo particolare sistema. A quei tempi, esisteva una rivista musicale gestita da Red Ronnie. Tra le sue pagine, albergava uno spazio dedicato alle corrispondenze epistolari.
Mi dissi: «Perché no?»
Fu così che mi armai di carta e penna, nonché di un’arma sublime: una frase di Vasco letta sul braccio ingessato di un amico.
Mi lanciai, aggiungendo alla frase di Mr.Zocca i miei dati e dotandola di un tocco personale: «Se c'è qualcosa che non ti va, dillo a... può darsi che porti fortuna!».
Senza pensare a nulla.
Senza aspettative.
All'epoca, immaginavo che la rivista di Red avesse una tiratura decisamente limitata, composta dal sottoscritto e dal mio giornalaio che la utilizzava al mattino in vespa, nascosta sotto il bomber, per ripararsi dal freddo. Non immaginavo cosa il destino stesse preparando per me.

Un sabato, tornato a casa dopo un pomeriggio trascorso al Burghy con gli amici, mia madre mi pose il suo solito interrogativo, quello che mi faceva tremare le gambe come solo un tacco di Mancio sotto la gradinata sud riusciva a provocare.
«Che cosa hai fatto?», mi chiese quella santa donna, ormai prossima alla beatificazione. Io tergiversai, tentando di far partire la memoria, ma non ricordavo, non ricordavo, non ricordavo.
Chiesi un aiutino. Me lo concesse: «Ha chiamato una ragazza, dice di aver letto un tuo annuncio. Ha detto che domani verrà a Genova. Ha chiesto di dormire qui». La situazione cominciò ad essere chiara, la RAM aveva ingranato.
Per circa un anno, a partire da quel fatidico giorno, diventai la persona più odiata dal mio postino. Al sottoscritto preferiva persino il mio cane incinghialito. In fondo lo capivo, povera stella: tutte le settimane mi portava più o meno dieci lettere da tutta Italia, isole comprese.
Un successo incredibile! Piero Angeli, il San Tommaso dei tele-mobilifici mi avrebbe fatto un baffo.
Il segreto del mio successo? Non l'ho mai capito.

Mi sembrava di aver scritto una cosa piuttosto banalotta: certe alchimie sono davvero inspiegabili.
Dopo pochissimo tempo diventai il più grosso ricettatore di lettere e francobolli della città. Scrivevo una lettera standard e la ricopiavo a mano (santa e-mail!).
Una ragazza di Milano mi insegnò una ricetta fantastica per riciclare i francobolli: occorre cospargerli sulla parte anteriore di colla trasparente, leccare il retro ed appiccicarli sulla lettera. Una volta ricevuta la missiva, immergere l'oggetto del desiderio in acqua tiepida, e il timbro postale... puff, scompare. Questo trucchetto, poteva essere adottato solo due o tre volte, ma contribuiva a limitare i costi.
Le telefonate. Erano quelle il vero problema. Quasi tutte le sere, all'ora di cena, con un innato senso della puntualità, gente da tutta Italia faceva squillare il telefono di casa mia, con enorme gioia dei miei genitori. Il nostro appartamento divenne una specie di call center: dovevo apparire brillante, pieno d'iniziativa, dovevo risolvere i problemi altrui. E ammettendo che di gente con qualcosa che non va il mondo è sempre pieno, aggiungendo anche il fatto che avrei potuto portare più culo di Wanna Marchi, insomma, fu inevitabile ricevere una marea di telefonate.
E poi cos'è successo? ah, questa è tutta un'altra storia.

Davide Buda
di Giorgio Viaro

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