Mario Botta a tutto campo - Magazine

Mostre Magazine Venerdì 7 ottobre 2005

Mario Botta a tutto campo

© www.botta.ch

Magazine - Alba. «L’architetto dà forma alla storia», afferma in apertura della lunga conferenza con giornalisti e studenti, (oggi, sabato 8 ottobre 2005), in occasione del , che si è aggiudicato in questa quarta edizione.
In un inusuale, quanto piacevole, formato di incontro (già sperimentato con successo nella scorsa edizione con Mario Rigoni Stern), il premiato non ringrazia, fa di più e meglio si concede, rispondendo con copiosità di riflessioni - summa del suo pensiero - alle molte domande che arrivano dalla stampa e dagli studenti di Alba, iscritti ai licei locali o allievi della Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino (sede di Mondovì).

Il premio ha previsto fin dall’inizio il coinvolgimento dei ragazzi, proponendo loro un confronto con importanti figure della realtà culturale internazionale.
Gli studenti hanno visitato, guidati da professionisti dello studio di Botta, il restauro del Teatro alla Scala di Milano curato dall’architetto svizzero, producendo a loro volta dei materiali. Sul lavoro alla Scala, Botta stesso ha preparato una mostra dal titolo Il Teatro alla Scala e le Architetture del Sacro, che inaugura oggi nella Chiesa di San Giuseppe di Alba (CN) e va avanti fino al 30 ottobre, (dal giovedì alla domenica, ore 16-19) con ingresso gratuito.

E così Botta racconta Botta, filosofeggiando sull’architettura, sul sacro, sui materiali primitivi come la pietra e il mattone, tanto cari a un professionista che si autodefinisce «uomo di paese», testimone di un tempo che ha vissuto forti accelerazioni. Si è passati dal tiralinee al computer, ma al plotter preferisce anocra la matita: «che mi lascia speranza» dice, là dove invece il plotter confeziona un «disegno troppo caricaturale, bloccato». Botta parla di valori, di principi etici prima di parlare di tecnica architettonica e di valori estetici, perché: «il fatto estetico non può sussistere da solo, è da subordinare» e qui arriva il primo dei molti esempi in cui emerge Picasso, «Guernica è bello perché contiene il messaggio morale che dice all’uomo “non uccidere un altro uomo”».

Botta cita l’avanguardia ricordando che tutte le attività creative, dalla letteratura alle arti applicate, sono ancora da considerare «attività di resistenza, non in senso nostalgico, ma piuttosto come possibilità di interpretare dei valori. La donna madre di Henry Moore è la donna ancestrale di cui tutti noi abbiamo bisogno. Il segno erotico di Picasso è segno arcaico. Il bambino di Paul Klee è quello che è in tutti noi. In questo senso, tutte le avanguardie sono una forma di tutela della storia».

Per Botta l’architettura è gesto storico per eccellenza, in essa si leggono epoche, non individui. L’architettura è luogo della memoria e della stratificazione dell’umano. Il salto dal concetto di storia a quello di centro storico è corto e porta Botta ad indugiare volentieri su un'altra idea, a lui molto cara, quella di città europea: schema da contrapporre ai moderni modelli urbani che provengono dall’America o dal mondo asiatico.
«A volte modelli di grande qualità estetica ci offrono dei disagi. Io credo nel primato della città europea che si distingue e non scimmiotta i modelli USA o quelli asiatici. Fare una passeggiata nei nostri centri storici è vivere la storia, la bellezza, le relazioni sociali; l’effetto di piacevolezza non deriva dalla fruizione diretta di uno spazio, ma da quella con tutto ciò che ci ricorda un modo di vivere che a Huston non c’è e che è proprio di una stratificazione storica. La città europea ci sorregge, ci aiuta a vivere il quotidiano».

A proposito delle nuove tecnologie, Botta si dice: «più prudente di Libeskind. Ogni tecnologia va usata in quanto strumento, per questo anche la pietra è uno strumento e l’idea della gravità c’è nell’acciaio inox come nella pietra primitiva. Sono contro un certo uso retorico della tecnologia e a favore di un approccio: “usato meno, usato meglio”».
Conservatore, forse, ma non chiuso o arroccato su posizioni rigide questo architetto della matita che a Seoul ha costruito due torri gemelle usando il mattone, a dimostrazione del fatto che «l’architettura non è l’attività che mette l’edificio in un luogo, ma costruisce quel luogo».

E l’attenzione al sito è un altro dei capisaldi dell’architettura di Botta. Altissima deve essere l’attenzione al sito perché è attenzione «alle orme, alle tracce, alla geologia». Ma in un’epoca senza valori come la nostra, Botta lancia quella che suona come una triste sentenza: «Una società forte ha sempre demolito, là dove le serviva ricostruire. Noi non avendo più valori andiamo a cercare dei surrogati, che carichiamo con il nostro bisogno di sacralità e sicurezza. La proliferazione dei musei (870 quelli costruiti negli ultimi decenni) sono la spia della fragilità del nostro tempo».
Ma in un’affermazione tanto inesorabile c’è anche un messaggio positivo, per fortuna: «Non siamo contenti delle nostre periferie, dobbiamo correggerle. Le nostre città sono condannate a migliorare, possono crescere su se stesse, attraverso gli spazi industriali dismessi. La prospettiva futura è quella urbanistica della demolizione per far crescere la città dal suo interno».

Nella foto piccola Museo d’arte moderna e contemporanea – MART (Trento e Rovereto, Italia, 1988/1993-2002); in basso Centro Friedrich Dürrenmatt (Neuchâtel, Svizzera, 1992/97-2000)

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