Concerti Magazine Martedì 5 dicembre 2000

Vinicio Capossela: canzoni a manovella

Magazine - Alessandro Baricco sostiene – a ragione – che il circo, insieme alle verdure lesse, è la cosa più triste del mondo.
Sono d’accordo. È quindi naturale che carrozzoni, giostre e balcani costituiscano per i cantautori una tentazione troppo forte. Saltimbanchi, acrobati, tendoni e donne cannone entrano ed escono dalle canzoni dell’ultimo secolo come icone sacre della malinconia. Piccola, struggente umanità grottesca, i circensi sono gli anonimi – mai abbastanza celebrati– naufraghi della meraviglia. E Capossela se li canta, rigorosamente in bianco e nero, come in quelle foto in cui è doveroso immaginarseli, con sullo sfondo un treno a vapore.
( una riflessione: Capossela, si dice, è dissacrante. Voglio esserlo anche io: credo che oggi i circensi dispongano di telefoni cellulari e computers sofisticati, quindi ho deciso di archiviare le mie malinconie circensi come ricordi del Novecento. Adesso, con molta curiosità, aspetto qualcuno che riesca a distillare poesia dall’era metallica in cui viviamo. E l’impresa è così titanica che i cantautori preferiscono attingere a più accessibili fonti di ispirazione, e non sembra gliene freghi gran che se ormai per trovare qualcuno con dei ricordi in bianco e nero bisogna salire oltre i trenta anni di età. Lasciamo i ventenni soli con i Lunapop?)
“Canzoni a manovella” è un bel disco. Mi pare di ricordare un’intervista in cui Capossela si definiva “un artigiano della canzone”: da questo punto di vista il disco è un piccolo gioiello, le sonorità perfette, cacofoniche il giusto, calde e soavemente retrò. Ben realizzato; a tratti molto poetico e coinvolgente per chi, alla scoperta di “qualcosa di un po’ meno ruffiano” volesse spegnere l’autoradio e trovare quattro minuti per ascoltare una canzone d’autore. Per chi a pane e canzoni è cresciuto, come me, sembra di ascoltare Tom Waits con venti anni di ritardo. Prendete swordfishtrombones e mangiatene tutti. Capossela ha il merito di usare per lo più un immaginario italiano felliniano più nostro. Né possiamo prendercela con lui se Waits ha stregato una intera generazione di autori come Brassens aveva ridotto in schiavitù De André e venerabili colleghi. Vinicio però è al sesto disco, e francamente mi sembra giunto il momento di tirare fuori dal cilindro qualcosa di più di una bella cartolina di un secolo fa.

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