Magazine Martedì 4 ottobre 2005

Ernesto Ferrero: una straordinaria stagione con Giulio Einaudi

La copertina del libro, con Giulio Einaudi

Magazine - Si alzava ogni mattina con la stessa idea: trovare uomini e libri capaci di modificare la sua e la nostra percezione del mondo. Voleva stupirsi. Ogni giornata si apriva nel segno di una rincorsa che spostava un po’ più in là il paletto dell’ultimo confine. Ogni giornata doveva essere memorabile, diversa da quella precedente. Il cambiamento scandiva il senso di una crescita che voleva essere ininterrotta.
Con queste parole, - autore di I migliori anni della nostra vita (Feltrinelli, 14 Eu, pp. 214) - definisce il progetto editoriale, ed al contempo l’indole, dell’Editore. Ovvero Giulio Einaudi, fondatore della storica casa editrice dello struzzo e figlio di Luigi, primo Presidente della Repubblica Italiana. Profeta del bello, strenuo nemico della noia, innamorato incostante e umorale di autori e collaboratori, guida inarrivabile e possessiva, dispettosa e divertita, l’Editore diede il via ad una straordinaria stagione della cultura italiana. Straordinaria e probabilmente irripetibile.
Nei corridoi della sede torinese di via Biancamano passarono personaggi che oggi sono parte fondante dell’immaginario culturale collettivo: da Calvino a Pavese, da Vittorini alla Ginzburg, da Levi a Gadda fino a Pavese. Molti di loro (Calvino e Pavese in primis) sacrificarono a quell’impresa, tanto etica negli intenti quanto artigianale nei modi, la gran parte delle proprie età, spendendovi senza risparmio risorse intellettuali ed emotive.
Di quel tempo, di quel mondo, Ferrero salva la memoria attraverso una serie di quadri, incentrati tanto sui maggiori, quanto sui meno noti, ma preziosissimi, dipendenti e collaboratori. Di loro restituisce la dimensione domestica, profondamente umana, facendo corrispondere ad ogni celebre nome, ad ogni immortale curriculum letterario, una trama di debolezze e tic caratteriali, di grandi slanci e fedele devozione alla causa, di irripetibili sensibilità e piccole (grandi) nevrosi. Fino a comporre un lungo, deliziosamente curioso, dietro le quinte.
Abbiamo intervistato Ernesto Ferrero.

Vittorini, Calvino, Levi, Gadda, Pavese. Il solo pronunciarli mette soggezione. Tuttavia nelle sue pagine vivono in una dimensione quasi domestica. C’era qualcuno fra loro che emanava un’aura di inarrivabile grandezza anche di persona?
«Io credo che la parte più vera di ogni scrittore stia nella sua opera. Che è sempre migliore dello stesso artista, il quale può anche essere deludente. Tuttavia tra i personaggi di cui parlo nel mio libro il più immediatamente magnetico era probabilmente Vittorini, un istintivo seduttore, un oratore spontaneamente immaginifico. Gli altri protagonisti di quella straordinaria stagione si distinguevano invece per l’umiltà, per la modestia, la capacità di mettere da parte l’io in funzione di un efficace gioco di quadra. E proprio questo colpiva, questa sommessa tensione etica che si concretizzava semplicemente nel fare le cose bene, con grande attenzione e rispetto».

L’occhio che lei utilizza è sovente quello di una terza parte apparentemente distaccata. Si tratta di una scelta narrativa o piuttosto di un filtro, di uno scudo contro la nostalgia di quegli anni?
«Certamente la nostalgia è grande. Tutte quelle persone mi mancano profondamente, e non certo solo a me. E tuttavia restano le loro opere. Calvino per esempio: era un grande lavoratore, un “sardo-ligure” che passava la gran parte del suo tempo immerso nelle proprie incombenze. Non era certo un compagnone e non avevamo un rapporto molto intimo. Nonostante ciò continuo a dialogare con lui attraverso tutte le sue straordinarie opere.
E poi, recuperare la memoria di quella stagione è uno sprone per ritrovare motivazioni e suggerimenti che aiutino a portare avanti oggi progetti di quel tipo. Sento una grande voglia di recupero di quegli ideali, di quegli stimoli, tra le persone».

Fra i tanti rapporti importanti di quella stagione fortunata, qual’è stata l’amicizia che lei ricorda più cara?
«La persona che sentivo più vicina per temperamento e carattere era Giulio Bollati, che io, con leggera ironia, chiamavo “Maestro”, epiteto che nessuno avrebbe utilizzato seriamente in quel contesto. Ne amavo la cultura, il senso editoriale, e anche le grandi capacità di scrittore. Uno scrittore purtroppo per noi un po’ pigro. Ma ero molto amico fin da ragazzo anche di Davico Bonino. E come tutti amavo Ponchiroli, che si faceva carico dei problemi di ognuno con infinita disponibilità e pazienza. Ma tutta la redazione era come una famiglia: pittoresca, rumorosa, ingombrante, ma con cui era piacevole vivere».

Nella foto la copertina del libro di Ernesto Ferrero

di Giorgio Viaro

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