Magazine Lunedì 3 ottobre 2005

Un biglietto giallo sotto la porta

Magazine - Un giorno come tanti, scelto a caso come un bigliettino arrotolato di una pesca di beneficenza. Fuori il cielo era grigio e attraverso i vetri della finestra pareva di vedere le cose al di là di un velo, un sottile sudario di foschia grigia che non riusciva a far sembrare felici neppure le mele allineate nel banchetto sottostante.
Era un giorno speciale perché qualcuno sarebbe venuto a trovarla. Si era messa i tacchi e perfino il vestito lungo, quello rosso che faceva coppia con il rossetto.
Aveva passato ore a riordinare la casa. Erano giorni, a dirla tutta, che si dava da fare. Aveva cominciato con lavori che ne avevano richiamati altri, come aprire una scatola cinese.

La casa era adesso profumata e linda nel più piccolo angolo, sotto i mobili, sopra gli armadi. Le era costato fatica, ma aveva ritrovato quell'orecchino perso sotto il divano e aveva capito di essere ancora efficiente quando ne aveva voglia.

Il suono del campanello la svegliò da quell'andirivieni a spostare il centrino sopra il comò, ad aggiustare il tappeto, a passare lo straccio umido sopra la credenza.
Ritocchi necessari, come quando si finisce un quadro e si ammira da lontano, e poi si torna da lui con affetto per dare ancora qualche minuscola pennellata.

Suonarono alla porta mentre cercava di levare una macchiolina dal vetro della finestra. «È un difetto del vetro», pensò, e il grigio del di fuori non se ne sarebbe andato neppure usando mezza bottiglia di Vetril.

Driin Driin, il campanello alla porta. Aveva pensato più volte di cambiare quel suono: gli ricordava la campanella della scuola o il segnale di fine lavaggio della lavastoviglie quando lavorava all'albergo. No, in casa sua una macchina di quel tipo non sarebbe mai entrata. I piatti, i suoi piatti, si sarebbero sentiti abbandonati, chiusi al buio tra gli spruzzi bollenti.
Driiiiiiiiiiiiiiiiiiiin, Un suono insistente come di chi vuol fare un ultimo tentativo per poi far tacere la coscienza e voltar le spalle allo zerbino.
Guardò verso la porta solo allora. Forse aveva una predisposizione per cogliere l'ultimo momento utile. il campanello aveva smesso di suonare E da sotto la porta spuntò un piccolo biglietto giallo.

Fece una corsa e aprì la porta mentre, chinata da un lato, raccoglieva il biglietto. E fu così che lui la vide. Nella scollatura una pelle bianca faceva capolino, due seni piccoli a punta e una collana di corallo rossa. «Stavo per andare via», disse l'uomo, che indossava pantaloni blu da lavoro ed un giubbotto con delle penne infilate in un taschino della manica. «Ho visto il biglietto», disse lei, «è per me?».
«Mah, è solo quello che mettiamo quando non troviamo nessuno. Noi alla fine ci siamo trovati... lo può buttare», disse, e senza chiedere permesso entrò.
«Le dispiace se lo tengo per ricordo?», disse lei, e intanto lo aveva infilato in mezzo alle pagine di un elenco telefonico dalla copertina consumata appoggiato ad un buffo treppiede.

«Dove si trova?» - domandò «cosa?» - rispose lei, «la calderina naturalmente», disse l'uomo che non sembrava apprezzare la situazione. «È di là!». Disse e poi: «se mi vuole seguire...»

Entrarono nel bagno, piastrelle azzurre alle pareti e sanitari rosa. I libri sul cesto della roba sporca erano allineati alla perfezione, come se quella piccola biblioteca insolita dovesse darsi un contegno per via del luogo. La calderina se ne stava appesa vicino alla finestra, un oggetto brutto anche quando era nuovo. «Bene, vediamo...», disse lui come dicono in quei casi tutti gli idraulici. «Speriamo non sia grave!», rispose lei come da copione.
«Cosa c’è che non funziona di preciso?». «Un po' va e un po' no, e poi l'acqua che dovrebbe essere calda non sempre lo è», rispose lei. In fondo non aveva detto nessuna bugia, e forse una revisionata non le avrebbe fatto male. «Vado a preparare il tè» - disse lei, e poi uscì.
Mise sul fuoco il bollitore e si mise a canticchiare un motivetto. Aveva un uomo in casa ed era una bella sensazione. Lui stava di là a lavorare come fanno gli uomini e lei era in cucina dove di solito stanno le donne.
Preparò la tavola con la tovaglia e le tazze, mise un piccolo vassoio che riempì di biscotti e si sedette ad aspettare. Dal bagno provenivano rumori di attrezzi, «rumori da uomini», pensò.

Immaginò sudore e muscoli che stringevano viti, braccia tatuate e cosparse di peli. Pensò a mani grandi che si infilano nella borsa di cuoio a prendere o a posare chiavi inglesi e cacciaviti, e ad un flaconcino di dopobarba vicino alla sua crema da giorno sulla mensola dello specchio. Il fischio del bollitore la richiamò all'ordine. Lo afferrò con le presine, lo portò sul tavolo e lo coprì con quel buffo cappello di lana che era stato di sua nonna. Lei era pronta e forse sarebbe stato il momento di vedere a che punto era l'uomo di casa. Sorrise e tornò in bagno.
Si era levato il giubbotto, che adesso era appeso sopra il suo accappatoio: stava controllando la temperatura dell'acqua che usciva dal rubinetto, le dita come a sentire la morbidezza di un fazzoletto di seta rimasero sotto il getto finchè questo non si mise a fumare. «Ci siamo!», disse, e aggiunse: «era da pulire il filtro e cambiare la guarnizione, è come nuova adesso». «Grazie mille», rispose lei e aggiunse: «il tè è pronto».

Lui richiuse la borsa, prese il giubbotto e la seguì in sala; quel giorno aveva altri due interventi da effettuare ma avrebbe bevuto volentieri qualcosa - forse più forte - ma anche il tè poteva andare bene. Sentiva la sensazione piacevole che lo raggiungeva quando aveva finito un lavoro, una specie di serenità interiore... come di aver fatto la cosa giusta, di aver alleviato i dispiaceri del prossimo.
Si sedettero di fronte, lei versò l'acqua nelle tazze e lo invitò a scegliere l'essenza che preferiva porgendogli un piccolo cesto dove erano allineante all'inpiedi decine di bustine variopinte. Ne scelse una di un rosso acceso senza leggerne il contenuto, lei fece lo stesso. «Ribes!», esclamò mentre sommergeva una dopo l'altra le due bustine. Aveva sempre pensato che il momento migliore del tè è l'attesa. «Mmm... che buon profumo!», disse lui. «Amo gli uomini anche quando sono fermi», pensò lei e gli porse il vassoio con i biscotti. Anche quel tipo le piaceva: aveva qualcosa di bello che non riusciva ancora ad individuare. Gli occhi erano comuni, marroni senza un taglio particolare e la bocca non le pareva sorprendente. Lei aggiunse al fumo della teiera frasi che rimanevano nell'aria per lo stesso poco tempo. Lui le commentava con dei mugolii senza opinione. Non aveva neppure portato la tazza alla bocca che lui aveva già bevuto tutto e stava preparando la fattura. Lei prese il borsellino dal cassetto della credenza, duecentomilalire tonde che pagò con due banconote che sparirono nel taschino vicino alle penne. «La saluto e grazie», disse lei sulla soglia. «Di nulla, e mi chiami ancora se ha bisogno», disse lui mentre già le gambe avevano cominciato a portarlo giù per la scala.

Chiuse la porta, ci rimase un attimo appoggiata come volerla sostenere con la schiena. Poi prese la fattura e la mise nell'elenco del telefono insieme al biglietto.

Era stato bello avere un uomo in casa. Domani avrebbe rotto la lavatrice e chiamato qualcun'altro, forse avrebbe scelto la bustina alla menta.

Gianluca Munari

di Mina Vitiello

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