Magazine Mercoledì 28 settembre 2005

L'amore tragicomico di Pascale

Magazine - Si chiama Vincenzo Postiglione ed è il protagonista di Passa la bellezza, l’ultimo romanzo di Antonio Pascale. Lui e l'autore hanno molto in comune: origini casertane, una quarantina d'anni, sono agronomi presso il Ministero, e hanno la stessa passione per la scrittura.
Vincenzo ha infatti in mente un libro-inchiesta sul lavoro. È sposato con Piera, che fa un mestiere stranissimo: la postulatrice di Santi. Raccoglie prove e testimonianze per i processi di santificazione, e ce l’ha su con Madre Teresa di Calcutta.

Pascale conosce bene la realtà del sud. Il suo libro d’esordio, La città distratta (Premio Sandro Onofri nel 2000), era infatti un reportage, proprio dal casertano, un testo «che unisce racconto e riflessione, per cogliere lo spettro di uno sviluppo febbrile, selvaggio e vitale», in bilico tra abusivismo e condono edilizio.
A proposito di condono, in Passa la bellezza Pascale racconta un episodio di cui è stato testimone. Era a Francoforte per una presentazione. L'interprete non trova una traduzione tedesca per la parola "condono". Pascale allora comincia a spiegarla: «partiamo dalle basi: quando si costruisce dove non si può costruire... », dal pubblico si leva una voce: «allora perché costruite?», e lui: «appunto perché è abusivo... ». E di nuovo: «ma allora perché non abbattete?».
Difficile da spiegare. A quanto pare il condono è una contraddizione tutta italiana.

Nel suo ultimo libro Pascale racconta sei mesi della vita di Vincenzo. Sei mesi alle prese con una brutta dermatite, che lo ha colpito mentre, per il suo libro inchiesta, sperimentava in prima persona, la miseria dei raccoglitori d'uva stagionali, in quel caso immigrati rumeni.
«Questa terribile orticaria lo tormenterà fino a quando», mi spiega Pascale, «il nostro Vincenzo capirà che la sua sofferenza deriva dalla rottura con i rapporti familiari, chiariti i quali la sua pelle tornerà alla normalità». Avvallando la tesi (che nel libro torna come un ritornello) della somatizzazione dello stress.

Vincenzo e Piera si sono innamorati grazie a questi versi di Giovanni Giudici.
Ma va!
Che serve sofferenza
Fiume d’affanno e di rancore
Per un rigagnolo d’amore

Come a dire che «l’amore ha sempre a che fare con la felicità», mi spiega Pascale. Ora però i due si stanno allontanando, «lei non lo guarda più, non fanno più l’amore, e anche se la sofferenza sembra evidente, loro non se ne accorgono».
Entra in scena Elena, giovane e intelligente, che si arrangia vendendo libri (kitchissimi, con copertine rigide e dorate) a persone che, con ogni probabilità, non li leggeranno mai. Vincenzo, ancora una volta col pretesto dell’inchiesta sul lavoro, finisce col passare molto tempo con Elena, che diventa sua amante.

Anche con lei niente sensazionalismi, né gesti eccessivi da sembrare finti. Perché Passa la bellezza è una storia quotidiana, vera, mai noiosa. È facile ritrovarsi nei personaggi dipinti da Pascale e nelle loro fissazioni, nei dialoghi e nei rapporti.

Ma gli scrittori, si sa, non sono mai contenti, e Pascale mi confessa che «questo libro ha un problema», e continua, «tutto arriva come segno, ancora da interpretare. Avrei dovuto fare un capitolo in cui tiro le somme, più pedagogico».
Ma c’è da chiedersi se in fondo non sia meglio così. Mentre tutti pensano di avere risposte e certezze, Pascale lascia libero arbitrio al lettore. E poi un polpettone pedagogico finirebbe con l’appesantire la storia che, così com'è, è godibilissima, in un perfetto equilibrio tragicomico.

Berardinelli (Il Foglio) ha scritto che il finale scelto da Pascale non è dei migliori. L'autore si difende così: «il quotidiano non è epico. Io non sono un cultore del finale rivelatore. La fine ce l’hanno solo le barzellette, che devono far ridere», e continua, «io ne farei addirittura una di quelle soap americane che non finiscono mai».

Nella foto: la copertina di 'Passa la Bellezza'

di Mina Vitiello

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