Magazine Martedì 27 settembre 2005

Una vita da randagi

Antonio Moresco è una penna libera, uno scrittore che ha avuto non pochi problemi a pubblicare, tanto da riuscirci quando la quarantina era passata da un pezzo. Rifiuti, frustrazioni, silenzi e tentativi sono diventati pubblici nel suo famoso Lettere a nessuno (Bollati Boringhieri). L’irruenza dei suoi testi ha stimolato un dibattito molto acceso: soprattutto di fronte ai suoi Canti del Caos (Feltrinelli). Per molti è il nuovo Pasolini.
Oggi parliamo di un libro che esce dal coro. Si tratta di Zio Demostene, vita di randagi (Effigie, 12 Eu), sorta di biografia della sua famiglia nata per caso, da una scheda ritrovata nell’Archivio di Stato - Casellario politico centrale.

Il parente schedato è lo zio di Antonio, Demostene. La sua vita, tra vagabondaggio e anarchismo, guida lo scrittore alla ricerca delle proprie radici. Lo stile è asettico, testimoniale. «Mi ripugnava l’idea di scrivere una storia romanzata – dice Antonio – volevo invece trasmettere l’evidenza delle figure e dei fatti: le foto hanno un’importanza fondamentale». Questo è chiaro già dalla copertina (Demostene in una foto segnaletica d’inizio del Novecento), ma le immagini seguono in modo puntuale tutto il racconto.

La ricerca pesca tra ricordi e documenti trovati in casa, affronta una serie di “vite strappate alla vita”, per usare una frase di Moresco. Solo per dire di alcuni, Pietro (padre dello scrittore) non si riprese più dalla prigionia durante la seconda guerra mondiale, mentre Demostene - alla fine di un’esistenza turbolenta - fu costretto ad emigrare in Brasile.

Sul rapporto con i parenti dice: «C’è un legame platonico con Demostene (li lega la militanza politica, anche se in epoche diverse n.d.r.), mentre di mia madre riconosco la forza di carattere. Con mio padre c'è stato un conflitto totale, ma scrivendo il libro ho capito la tragedia che è passata su di lui».

Tempo fa Moresco ha dichiarato di essere antagonista alla sua epoca. «Molti mi hanno criticato per quell’affermazione, ma gli scrittori sono sempre stati così». E sul suo successo editoriale dopo tante “sberle”, dice: «Meno male che mi hanno dato anche qualche carezza».
In lui vita e letteratura si fondono, ciò che non gli va giù è che: «la forza della letteratura venga schiacciata dalla macchina della vendita».

Fondatore del blog , insieme ad altri intellettuali come Carla Benedetti e Tiziano Scarpa – ne è uscito da poco sbattendo la porta. Perché? «La rete contiene molti aspetti positivi, ma anche lì sono in agguato vecchie dinamiche. La mancanza di identità, il banalizzare tutto non aiutano ad affrontare seriamente una discussione. Ma questo fa parte del cinismo italiano così ben descritto da Leopardi, Pasolini e Gadda». L’esperienza del web è quindi conclusa? «Assolutamente no, stiamo riflettendo sulle nuove battaglie da portare in rete».

In un'occasione Antonio si è descritto come un topolino in gabbia che sbatte il muso sulla parete della scatola invece di cercare l’uscita. Cosa intendevi? «Per quindici anni non sono riuscito a fare altro che scrivere e mandare dei pacchi alle case editrici. Chiunque sarebbe riuscito a fare qualcosa di diverso. Ho fatto anche l’esempio di uno che al casinò punta sempre sullo stesso numero». Ma alla fine ha avuto ragione.

E i prossimi lavori? Oltre a Scritti di viaggio, di combattimenti e di sogno (Fanucci) frutto dei suoi tanti viaggi in giro per il mondo, la notizia è che: «tra dieci giorni inizio a scrivere la terza parte dei Canti del Caos. Credo che uscirà tra tre o quattro anni». La trilogia si chiude.

Nella foto: un particolare della copertina di 'Zio Demostene, vita di randagi' di Antonio Moresco
di Daniele Miggino

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